Il Liceo Classico: l’eccezione “scomoda”; una chiave di lettura del calo di iscrizioni

Da OrizzonteScuola.it, di Lodovico Guerrini*

I dati forniti recentemente dal Ministero sulle nuove iscrizioni alla scuola superiore evidenziano fra l’altro una diminuzione, già in atto da qualche anno, delle iscrizioni al Liceo Classico. Questo dato è stato variamente commentato su giornali, forum e newsgroup.

Alcune osservazioni riguardano fenomeni magari legati a situazioni momentanee, ma indiscutibili e sotto gli occhi di tutti. Gli studenti di oggi sono meno propensi a spendersi in studi che richiedono impegno e concentrazione e scelgono spesso percorsi che promettono di essere scorciatoie poco faticose (ma anche alla fin fine poco efficaci, se uno sarà chiamato a conquistarsi il posto in società con le proprie forze); d’altra parte la crisi economica rende difficoltosa per diverse famiglie la prospettiva di proseguire gli studi e spinge, con la benedizione del ministero, verso scuole che prospettano un ingresso più immediato nel mondo del lavoro (senza peraltro tener conto che in questi anni la percentuale di diplomati occupati è diminuita in modo proporzionale a quella dei laureati, anche se i media hanno enfatizzato solo il calo di questi ultimi).

Altri commenti denotano invece un atteggiamento decisamente superficiale e scarsa conoscenza di che cosa significa veramente il percorso formativo del Liceo Classico ed in particolare studiare Latino e Greco: il più delle volte si descrive il Classico come una scuola parolaia e retorica, avulsa dalla realtà e incapace di formare nei propri alunni una forma mentis scientifica. Da addetto ai lavori e diretto interessato vorrei fornire il mio contributo sull’argomento, con una chiave di lettura un po’ particolare, ma di cui sono fermamente convinto. Ormai da 16 anni mi occupo di orientamento per il mio Liceo Classico e ogni anno effettuo delle ricerche sul database di Almalaurea per verificare il rendimento dei diplomati del Classico nelle varie facoltà degli Atenei italiani confrontato con quello dei diplomati di altri indirizzi, in primis il Liceo
Scientifico, con particolare attenzione alle facoltà cosiddette scientifiche, nelle quali i nostri alunni, secondo l’opinione corrente dovrebbero essere penalizzati.

Ebbene, sia la percentuale dei laureati con lode sia quella dei laureati con voto almeno uguale a 105, che poi sono coloro che hanno le maggiori possibilità di trovare un lavoro in tempi ragionevoli, è superiore per chi ha frequentato il Liceo Classico rispetto alle altre scuole liceali o tecniche che siano (peraltro oggi per alcuni indirizzi il confine è molto labile): non sto parlando di facoltà come Giurisprudenza o Lettere, ma di Ingegneria, Medicina, Economia, Agraria, Architettura, Design e Arti, etc.

Se si partisse dai dati e non dai pregiudizi, si vedrebbe che chi ha fatto il Classico ha una reale mentalità scientifica, quella che parte dall’osservazione attenta e rigorosa dei particolari, ne astrae delle conclusioni, sa distinguere variabili e costanti, per giungere ad una soluzione, e sa infine applicare questo metodo a problemi di ogni tipo, una volta acquisite le specifiche nozioni tecniche. Il fatto è che nel mondo di oggi si fa una grande confusione fra scienza e tecnologia e si tende a ridurre la prima alla seconda, il cui grave rischio è quello di poter essere meccanica ed irriflessa; in realtà la società in cui viviamo è ipertecnologica, ma pochissimo scientifica.

Se si avesse veramente a cuore la formazione di una mentalità scientifica, critica, problematica, si riconoscerebbe che lo studio della lingua latina e della lingua greca può concorrere con grande efficacia a questo risultato: chi conosce la realtà dell’insegnamento di queste lingue sa che l’analisi di un testo latino e greco avviene con tecniche e procedure che richiamano ad es. quelle della programmazione informatica (che non a caso usa dei linguaggi dotati di una loro sintassi) ed utilizza operatori logici che sono in comune con le materie “cosiddette scientifiche”; in questo senso la distinzione “vulgata” fra materie umanistiche e
scientifiche è impropria e fuorviante.

Premesso questo, tradurre un testo latino e greco ha però una valenza formativa che va oltre la procedura rigorosa e scientifica applicabile ad un problema di matematica, che raggiunta la soluzione si esaurisce in se stessa, almeno nell’ usuale esperienza scolastica; significa anche confrontarsi col “diverso”, sul piano linguistico e sul piano culturale (due piani strettamente associati fra loro ed inseparabili per una comprensione totale): non si può tradurre se non ci si pone, per quanto possibile, nei panni, nel modo di pensare e comunicare di un autore che è vissuto in un contesto lontano nel tempo e diverso dal nostro, con modelli valoriali differenti ed un modo peculiare di considerare se stesso, i suoi simili, il mondo nel suo complesso. Questo confronto condotto in più anni, con un livello di approfondimento e complessità crescenti, contribuisce, ovviamente in forte sinergia con altre discipline, alla creazione del senso storico (drammaticamente carente nei ragazzi di oggi), induce sempre alla riflessione (utile riequilibrio all’immediatezza mordi e fuggi di tanti messaggi della comunicazione moderna) e talora al dubbio (caratteristica umana tanto preziosa quanto pericolosamente assopita nell’odierna società), stimola alla creatività (o per sviluppo o per contrasto rispetto a ciò con cui ci si è confrontati).

Una funzione formativa così complessa e completa non può essere affatto svolta dall’insegnamento delle lingue moderne, che per ovvie ragioni è progressivamente evoluto in senso pragmatico-strumentale e sempre più finalizzato all’uso pratico: tant’è vero che da esso è ormai scomparso l’esercizio della traduzione. Chi crede di poter sostituire l’insegnamento delle lingue antiche con quello delle lingue moderne a parità di risultati si sbaglia di grosso: procedure, metodi, funzioni e risultati sono molto diversi fra loro.

In sostanza il Liceo Classico si presenta come una straordinaria eccezione nel panorama scolastico nostrano ed europeo. Da un lato dimostra, dati alla mano, efficacia nel formare abilità mentali permanenti applicabili ad ogni specializzazione di studi; chi fa strumentalmente notare che dopo qualche anno i diplomati del Classico non si ricordano più la grammatica latina e greca o non sanno più tradurre brani di una certa difficoltà, dimentica o ignora che l’obiettivo non è certo quello di creare filologi o glottologi di professione (che saranno una percentuale minima), ma che dopo tale corso di studi rimane qualcosa di ben più importante:e duraturo: una forma mentis rigorosa, ma aperta, unita alla capacità di controllare i settori linguistici più tecnici ed esclusivi. Dall’altro lato il Liceo Classico, per la singolarità del suo impianto culturale, assolutamente non convenzionale e non conformista nel panorama attuale, può veramente svolgere la funzione di coscienza critica della nostra società.

Ed è proprio in relazione a tale potenzialità che, secondo me, sono state volutamente create negli ultimi anni delle condizioni sfavorevoli alla permanenza ed allo sviluppo di questa scuola. Ripetutamente si è tentato di ridurre il Classico ad una scuola per pochi specialisti od antichisti (ovvero quattro sfigatissimi topi di biblioteca, destinati a consumarsi in una ricerca solitaria e fine a se stessa, senza alcuna rilevanza sociale).

Prima si è provato per via legislativa (con la prima bozza della riforma Berlinguer), ultimamente in modo più subdolo, attraverso una campagna mediatica volta a creare terra bruciata intorno a questo tipo di studi: nell’ultima parte della legislatura si è insistito in maniera ossessiva sulle lingue straniere e sulle nuove tecnologie, quale unico e sufficiente passaporto per l’inserimento nella società; nulla è stato evidenziato riguardo alla natura prevalentemente strumentale sia dell’uno che dell’altro elemento.

In particolare, senza minimamente fare chiarezza sulla profonda differenza fra scienza e tecnologia, oggetti come le LIM sono stati presentati come taumaturgicamente capaci di produrre rivoluzioni epistemologiche, mentre in realtà sono solo strumenti, per quanto sofisticati, che possono dare effetti tanto positivi quanto negativi in base all’uso che se ne fa: ad es. una LIM può essere molto efficace per la possibilità di integrare linguaggi diversi, come quello verbale e quello visivo-iconico o musicale (ed in questo senso può venire utile anche nell’insegnamento delle lingue e delle civiltà antiche), ma può anche portare a superficiali schematizzazioni, con la riduzione ai minimi termini dei contenuti, o viceversa ad una dispersività nozionistica priva di un quadro concettuale unitario (come avviene spesso nelle “libere” navigazioni sul web); in sostanza ciò che fa la differenza è la qualità e la consapevolezza della mente che programma questi strumenti. Perchè dunque a livello politico si mira a ridurre nel sistema scolastico l’aspetto formativo (formazione della personalità a 360 gradi, in tutte le sue componenti), cercando di convogliare con un’informazione parziale e distorta i ragazzi verso percorsi di carattere prevalentemente
addestrativo ?

Che questo sia l’obiettivo lo si vede bene dalle reazioni del ministero agli esiti delle iscrizioni 2013, in cui si mette in evidenza con soddisfazione che le famiglie italiane hanno saputo andare dietro alle “opportunità” e che il Liceo Classico è ormai “il fanalino di coda” nelle scelte. La spiegazione di questa manovra è molto probabilmente in quello che si lasciò sfuggire qualche anno fa ad un corso di aggiornamento sulla riforma berlingueriana dei cicli scolastici un ispettore chiamato ad illustrarci le prospettive future; egli ci disse che a livello europeo c’erano state forti sollecitazioni perchè l’Italia modificasse il suo sistema secondario superiore, perchè : “noi abbiamo una scuola superiore troppo buona” – si lasciò appunto sfuggire – poi cercò di correggersi: “cioè….. noi abbiamo una scuola superiore troppo impegnativa per i suoi contenuti culturali e quindi troppo selettiva e ciò non consente di avere tutti quei diplomati che richiede il mercato del lavoro”.

Il ragionamento è chiaro : il sistema consumista-neoliberista su cui si fonda il mondo globalizzato richiede da un lato una forza lavoro di esecutori addestrata a svolgere determinati compiti senza porsi particolari domande riguardo alla natura ed alla finalità dei compiti stessi e dall’altro una massa di clienti non troppo esigenti, critici e selettivi nei confronti dei prodotti materiali e non che il mercato via via sforna; troppa cultura ed istruzione nel senso più pienamente formativo del termine sono viste come un qualcosa di superfluo o addirittura come un potenziale ostacolo per la permanenza e lo sviluppo del sistema. In questo senso una scuola come il Liceo Classico non può che essere vista dai poteri economici come non organica ai propri interessi ed anche un’eccezione pericolosa.

Potrebbe essere difficile piegare ai diktat del mercato delle persone che hanno acquisito gli strumenti per analizzare in profondità e decrittare i messaggi che vengono loro indirizzati, individuandone eventuali sottintesi ed inganni, che attraverso uno studio approfondito della storia hanno riflettuto sul faticoso ma civilissimo percorso che ha portato all’affermazione della dignità e dei diritti del lavoratore, adesso in fase di smantellamento pezzo dopo pezzo, oppure che sono entrate in contatto con delle civiltà in cui la concezione del tempo era profondamente diversa da quella attuale, freneticamente e nevroticamente rivolta verso obiettivi esterni alla persona, e si sosteneva la necessità di usufruirne almeno in parte per se stessi con la necessaria “lentezza” che ciò comporta, oppure infine che, attraverso il loro viaggio nel passato, hanno conosciuto sia modelli di vita maggiormente in armonia con la natura sia i disastri derivati dalla pretesa di piegare il nostro ambiente vitale all’ossessione del profitto e di una “crescita” incontrollata. Meglio allora mettere a tacere una voce fuori dal coro, che potrebbe in qualche modo incrinare il modello unico, su cui si basa il mondo globalizzato.

Sono stati così costruiti a livello europeo dei modelli di valutazione della scuola organici alla funzione prevalentemente strumentale e addestrativa, che le si vuole affidare: ovviamente da essi la scuola italiana, specialmente nelle sue componenti più tradizionali e culturalmente complesse, risulta sempre in ritardo ed inadeguata rispetto ai sistemi scolastici europei, già da tempo ampiamente omologati ai fini della costruzione dell’accoppiata esecutori-clienti.

Così sono stati condizionati i processi di riforma, che hanno enfatizzato l’aspetto tecnologico-applicativo, ma non per questo scientifico, ed hanno ridotto lo spazio per il cosiddetto settore “umanistico” (vedi
ristrutturazione del Liceo Scientifico); e si è poi scatenata, sulla base dei risultati scontati forniti dai modelli, un’offensiva mediatica per indirizzare la popolazione scolastica verso i percorsi conformi allo scopo che si vuole ottenere.

Un po’ come succede con le Agenzie di rating che, sotto l’apparenza dell’obiettività, dirigono mercato e scelte politiche laddove vogliono gli interessi finanziari che stanno dietro di esse. A completamento di quest’operazione sono stati inseriti a selezionare l’accesso all’Università i famigerati test, che favoriscono il puro nozionismo ed il tecnicismo asettico e non valorizzano affatto la formazione complessiva della persona; anche questo non può che penalizzare una scuola come il Liceo Classico.

Ma ci si dovrebbe rendere conto che tale impostazione complessiva alla lunga finisce per danneggiare gravemente tutta la società. Facciamo il caso della formazione dei futuri medici. Con il sistema dei test è stato reso più difficoltoso l’accesso ai diplomati del Classico, ai quali può mancare sul momento qualche nozione di chimica o di analisi matematica, peraltro tranquillamente acquisibile in tempi brevi, ma che, oltre a conoscere il Greco, da cui deriva tutta la terminologia medica e farmaceutica, sono dotati di una formazione culturale più ampia, sono abituati a correlare fra loro i vari elementi della realtà, ad osservare
le cose in profondità ed in modo problematico, a dare il giusto rilievo agli aspetti psicologici ed umani; un buon medico dovrebbe avere in dotazione una buona dose di “humanitas” nel senso classico quando si confronta con il suo paziente, considerandolo come persona in tutte le sue componenti, non solo quelle fisiche e biologiche, ma anche intellettive, sociali, relazionali, in quanto inestricabilmente intrecciate fra loro.

Ebbene i test di accesso rischiano di sbarrare la strada a chi ha questa “forma mentis” e di aprirla alla figura di un medico-tecnico distributore di farmaci, che tratta il paziente malato alla stregua di un macchinario con un componente guasto da riparare.

Per concludere, alla base del calo di iscritti del Liceo Classico ci sono sì dei fattori contingenti che potranno forse rientrare in un prossimo futuro, ma c’è anche una scelta di banalizzazione ed appiattimento del sistema scolastico, dagli effetti purtroppo più duraturi, che la politica, oggi prigioniera della propria incapacità, ha effettuato sotto la pressione dei poteri economici, i veri padroni del mondo. Se un domani la classe politica, affrancandosi dall’ossessione di “rassicurare i mercati”, di “fare ciò che il mercato richiede”, vorrà impostare un percorso più lungimirante, per creare una società più ordinata, razionale ed a misura d’uomo, creativa ma anche capace di individuare in modo critico i pericoli del cosiddetto “progresso” e di correggerne eventuali errori, dovrà probabilmente ripartire da una formazione completa della persona, quale quella che il Liceo Classico, pur tra mille difficoltà, continua ancora oggi a garantire.

*Docente di latino e greco presso il Liceo Classico “Piccolomini” di Siena

26/04/2013

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31 thoughts on “Il Liceo Classico: l’eccezione “scomoda”; una chiave di lettura del calo di iscrizioni

  1. Marisa ha detto:

    Sono un ex ricercatore confermato di Filologia classica che ha deciso, già molti or sono, di abbandonare questo lavoro meraviglioso dopo aver preso atto che proprio nell’Universita non esisteva l’ “humanitas” e da allora mi è rimasta come eredità la formazione che gli studi mi hanno dato. Ma, quando parlo bado bene a non apparire come un’ intellettuale che intenda fare sfoggio della propria cultura. Infatti, basta dire che sono laureata in Lettere Classiche per essere considerata quasi un marziano e spesso taccio perché comprendo che ciò che voglio comunicare non viene facilmente recepito. Purtroppo, tecnicismo e superficialità hanno preso il posto di quella cultura che formava l’ essere umano. Ritengo che questa sia la causa del’ imbarbarimento che caratterizza la nostra epoca. Sono totalmente d’ accordo con l’ autore dell’ articolo e plaudo all’ iniziativa di voler mettere in luce quanto sia importante lo studio del mondo classico. Spero che qualche mente illuminata riesca a comprendere quanto sia necessario per uscire dal pantano dell’ ignoranza, del relativismo, della maleducazione, dell’ impreparazione, ritornare a quel tipo di studi che elevano gli uomini e non li abbrutiscono.

  2. Mauro ha detto:

    Una tesi nobile da sostenere e da sostenere doverosamente, una identificazione precisa dei colpevoli e delle loro motivazioni, per descrivere il più tremendo degli attacchi portati al cuore del motore della cultura italiana e dell’unica istituzione potenzialmente in grado di formare una valida classe dirigente: purtroppo viziata da cattive argomentazioni, che ne sterilizzano l’impatto, l’efficacia e l’attendibilità. Caro Guerrini, di cuore la ringrazio per questo suo scritto, perchè davvero la fine del liceo classico segnerebbe la definitiva morte di questo paese: tuttavia, ritengo doveroso invitarla a riflettere sulla mortificazione che fa del greco come strumento in sè per l’ipotetico aspirante medico, confondendo il mezzo con il fine, e sull’autogol che fa confondendo l’esercizio di matematica con la Matematica e la programmazione con l’Informatica, che per chi si limiti alla cultura classica sono abissi di inimmaginabile complessità.
    Condivido assolutamente l’importanza dell’humanitas per chi voglia essere in grado di capire e di potersi dotare di spirito critico, ma in quanto palestra di preparazione che consente di allenarsi con problemi di semplice complessità ed in cui il rigore è rilassato in pluralità di sfumature interpretative, per poi essere in grado di completarsi con gli studi scientifici (Matematica, Fisica, Informatica, discipline dell’Ingegneria), che, come lei dice, troppi confondono con la semplice (e facilmente accessibile) tecnologia. E’ questo il fatto alla base del per nulla stupefacente risultato che Almalaurea le offre: senza studi classici è difficilissimo essere in grado di intraprendere gli studi scientifici con qualche chance di comprenderne la vera natura, ma difendere gli studi classici finalizzati a se stessi è un pericolosissimo vulnus che offre il fianco ai detrattori ed apre le porte alla fine della nostra Storia, perché significa sterilizzarli come mezzo e vanificarli in un fine scarsamente proficuo.
    Si potrebbe cambiare strategia, per impedirne la scomparsa ed anzi rinnovarne i fasti e riportare il liceo classico al giusto posto di primalità nel sistema formativo, riportandone la complessità e la selettività a quelle che purtroppo non sono più: che il liceo classico sia proposto per quello che è e deve essere, ovvero una scuola di elite, assolutamente non per tutti, destinata a formare la classe dirigente, ovvero coloro che poi si limitino a studi tecnico-umanistici (Economia, Giurisprudenza, Biologia, Medicina…), e le eccellenze che la guidino, ovvero coloro che poi decidano di affrontare il percorso più difficile degli studi scientifici. Altrimenti, tutto sarà perduto, e perderemo anche quella sovranità culturale che permette da sempre agli italiani di raggiungere ovunque nel mondo posizioni apicali, come ultimo regalo di questa politica sinistra e di sinistra che ha smantellato scuola, università e sistema politico-economico per ridurci a colonia in cambio di pochi spiccioli e poltrone per chi della Cultura non può che essere invidioso, non avendola mai incontrata per ignavia.

    • S. Valastro ha detto:

      Vorrei che si smettesse con quest’assurda diceria che la politica di sinistra abbia sancito la fine del liceo classico. Un dato inoppugnabile su tutti: il tracollo del liceo classico è figlio della riforma Gelmini che ha ridotto l’insegnamento di italiano già alle scuole medie. E vent’anni di berlusconismo hanno mortificato la cultura più del concetto di una acuola di massa -che è estraneo alla sinistra, a cui sta a cuore l’idea di una scuola per tutti (non di massa). Con buona pace di tutti i soloni improvvisati. Un insegnante di liceo classico

      • Mauro ha detto:

        Caro o cara Valastro,
        se vogliamo buttarla in politica, siamo almeno realisti: il tracollo della scuola italiana tutta non è dovuto al fantomatico ventennio berlusconiano (che, almanacco dei governi alla mano, non è mai esistito) né alla riforma Gelmini, ma a 50 anni di strapotere delle sinistre su di essa, che (citando ciò che mi viene senza pensarci su questo mezzo secolo) hanno sindacalizzato il corpo docente, hanno ottenuto immissioni in ruolo rocambolesche se non criminali, hanno triplicato i maestri esclusivamente per aumentare la propria base elettorale (rinfoltendone le fila con chi nelle graduatorie veniva dopo, a volte molto dopo, i migliori), hanno distrutto l’autorevolezza del docente, che ora è letteralmente in balia delle classi e peggio dei genitori, distruggendone il ruolo ed il riconoscimento sociale e privandolo di ogni strumento di efficace selezione, hanno imposto il modello per cui non si boccia per non traumatizzare i poveri cuccioli e tutti devono prima o poi diplomarsi, hanno mandato a ramengo le scuole tecniche e le scuole professionali (grazie anche alle conseguenze sulle professioni della legge Berlinguer che ha introdotto il cosiddetto “3+2” portando lo stesso attacco scellerato anche alla formazione universitaria), hanno aumentato la spesa togliendo ai cari vecchi bidelli compiti lor propri che ne giustificavano l’assunzione per servirsene invece per dare un po’ di fondi pubblici a ditte esterne, hanno permesso una balcanizzazione dell’insegnamento, propugnando testi e interpretazioni fortemente allineati politicamente su posizioni spesso raccapricciantemente fuori della storia e senza alcuna possibilità di contraddittorio, a volte agendo direttamente sui programmi ministeriali, ed hanno trasformato le nostre scuole da palestre per futuri adulti, in cui andare male ad una interrogazione era un’onta, si poteva essere espulsi, esisteva davvero il voto in condotta e chi non era all’altezza o non voleva studiare veniva bocciato, in bivacchi per passare il tempo. Orsù, Valastro, guardiamo le cose con la giusta profondità…

  3. mayniac1991 ha detto:

    Mi sono diplomata nel 2010 con 100 al liceo classico di Livorno e poi ho scelto di andare a chimica pura.Concordo con chi dice che anche noi abbiamo una forma mentis scientifica e che sappiamo analizzare, astrarre, trarre conclusioni ecc, ma questo non basta quasi mai.Ho fatto molta fatica a studiare matematica, chimica e fisica praticamente da zero.L’impressione che dovevo fare ai compagni provenienti da Iti chimici i da licei scientifici penso fosse la stessa che mi fanno certi studenti di lettere che non sanno usare il congiuntivo e il condizionale, non sanno utilizzare correttamente la punteggiatura o fanno fatica a identificare i casi dei sostantivi latini.Anche dopo grandi sforzi non so se arriverò mai a PADRONEGGIARE la chimica come la padroneggia chi proviene da uno scientifico o da un iti chimico…C’è poco da dire:i primi anni di apprendimento sono quelli fondamentali.Con questo non voglio affatto dire che chi ha frequentato un liceo classico non arriverà mai ad avere ottimi risultati scegliendo una facoltà scientifica, ma che, se vuole averli, deve avere la passione e la pazienza per studiare, durante gli studi classici, le materie scientifiche da solo.

    • asiledream ha detto:

      Sono pienamente d’accordo con la tua opinione: anche io ho frequentato il liceo Classico e, pur avendo studiato con passione anche le materie scientifiche durante tutto il percorso, una volta approdata a medicina ho avuto (ma non sono la sola) molte più difficoltà nell’affrontare lo studio di fisica e chimica rispetto ad altri miei compagni che avevano frequentato istituti scientifici. Il liceo Classico, così com’è adesso, non fornisce un’adeguata formazione scientifica ed è inutile e falso sostenere il contrario. Cerchiamo piuttosto di migliorare il percorso formativo rendendolo più attuale senza sottrarre l’importante valore delle materie umanistiche. Perché il cambiamento deve essere sempre visto come un danno e non come un’ occasione per migliorare se stessi? Se ci sono delle lacune,saniamole! È infruttuoso rimarcare l’ideale del “Classico-scuola perfetta” quando i tempi, le scelte, le circostanze e le esperienze ci dicono che serve maggior attenzione alla modernità (e no, questa non è una parolaccia!). Maggior attenzione non significa che si debbano concedere 200 ore settimanali di informatica, chimica e fisica, ma che si debba investire un po’ di più in quelle materie che ci rendono più “competitivi” nel mondo universitario e lavorativo.

  4. Elisabetta ha detto:

    Bellissimo articolo; da ex alunna del classico, studiosa di letterature moderne e insegnante allo scientifico condivido ogni parola. E condivido anche su Facebook, ma ciò e secondario. Grazie.

  5. Andrea ha detto:

    Vorrei tanto il link ai dati… perché facendo ricerche sui profili dei laureati, soprattutto nel settore scientifico non ho trovato riscontro.

  6. Non sono affatto d’accordo con le asserzioni fatte.
    Il Classico è senz’altro molto valido per l’Indirizzo in discipline Letterarie, Storiche, Filosofiche e simili.
    Per quanto Riguarda le Discipline Tecniche io rivendico la Primogenitura alla Preparazione Teorica data dagli ITIS.
    E per me gli Ingegneri e Tecnici Migliori sono forgiati a Livello Teorico negli ITIS, che da sempre invece sono bistrattati dal Mondo Culturale, dai Giornali, dalla Televisione.
    Parlo per esperienza professionale diretta, con oltre 43 anni svolti al Top della mia Professione.
    E comunque c’è il dato di fondo oggettivo che le ore di studio degli ITIS sono 32 settimanali, mentre nel Classico di poco meno di 28 ore medie ( 27,8) settimanali.
    Per ogni anno negli ITIS si studia almeno 140 ore in più ogni anno rispetto ai Classici, ovvero oltre 700 ore nell’arco del quinquennio scolastico.
    Per non parlare poi dell’impegno pomeridiano richiesto.
    Per quanto riguarda poi i docenti, quelli degli ITIS non hanno nulla da invidiare a quelli del Classico, ed anzi nelle materie Tecniche li sopravanzano perché spesso ci sono docenti che sono collegati con il Mondo reale del Lavoro.
    Qual’ora poi si adottasse il Tempo Pieno, il percorso formativo degli ITIS sarebbe il TOP Auspicabile per i Giovani Studenti.
    Infine la scuola non può sfornare un numero notevole di Ragazzi con la preparazione Classica, perché non avrebbero molto spazio nel Mondo del Lavoro.

    • Francesco ha detto:

      Mio caro signore,
      Lei è rimasto indietro di una trentina d’anni. Ai tempi gli istituti tecnici richiedevano agli studenti un impegno notevole e sapevano davvero garantire loro una formazione solida. Oggi le cose non stanno più così. Gli istituti tecnici sono popolati dai ragazzi che, finite le medie, non hanno voglia né di impegnarsi seriamente a studiare né di mettersi subito a cercare un lavoro. Quei pochi che scelgono un istituto tecnico sperando di ottenere la preparazione che lei descrive si ritrovano in un ambiente in cui l’impegno richiesto è minimo e l’abitudine allo studio a poco a poco scompare, a meno che non si sia così responsabili da passare sui libri molto più tempo di quello necessario a cavarsela con voti più che decenti. Situazioni del genere mi sono state descritte, tutte uguali, da ragazzi che negli ultimi anni hanno frequentato diversi istituti tecnici in diverse città. Alcuni di loro sono delusi, altri soddisfatti (stupidamente, direi) per la quantità minima di attenzione e di lavoro che gli è stata richiesta. Secondo tutti loro, in ogni caso, chi esce da un liceo (soprattutto classico e scientifico, ma anche da un buon liceo artistico) incontra minori difficoltà, se si iscrive a Ingegneria, di chi proviene da da un istituto tecnico.
      Un’ultima cosa. Le consiglierei di ripassare l’uso delle maiuscole nella lingua italiana: la padronanza della lingua scritta è data per scontata tanto in ambito umanistico quanto in ambito scientifico.

      • Andrea ha detto:

        La spocchia che ha usato nel suo articolo non le fa onore. Certo sarcasmo denota la carenza di argomenti.

        Se la realtà fosse come lei l’ha descritta, le cause del degrado degli Istituti tecnici, non dipenderebbero dal tipo di scuola, ma dalla qualità professionale ed umana dei docenti. Ci pensi. Non è l’ordinamento che fa la differenza, ma l’uomo che lo attua.
        D’altra parte l’autore dell’articolo fa orientamento in ingresso per LIceo Classico. Questo non va mai dimenticato in un approccio critico al contenuto dell’articolo (così esaltato nel testo) . Non mi aspetterei nulla di diverso.

        Da quanto abbiamo letto, sembra che per classificare la qualità di una scuola, il criteio possa essere assoluto, quando invece non lo è affatto.
        Il successo scolastico e nella vita, le “prestazioni” che nell’articolo sono state adottate come parametro valutativo degli studenti, ovviamente, non possono dipendere dalla sola scelta di un tipo di scuola.
        Esistono fattori motivazionali ben più ampi che concorrono nel successo scolastico e nella vita, anche relativamente alla formazione di una metalità scientifica. Questi includono l’ambiente familiare di partenza, le ambizioni dei genitori, gli incontri significativi che gli studenti fanno nei cinque anni delle superiori, gli insegnanti che fatalmente vengono loro assegnati nella scuola, ecc.
        Purtroppo questi articoli cercano di conservare (e così facendo, promuovono) una gerarchia gentiliana di scuole che non è né simpatica, né effettivamente verificata.
        E mi fermo, perché se descrivessi il faticoso e metodico lavoro individuale necessario per apprendere (ora, non trent’anni fa, quando comunque già insegnavo nella scuola), la complessità, il livello di astrazione logica e la relazione necessaria con il reale che richiedono certe discipline, non dico del Liceo scentifico, ma di un Istituto Tecnico, ruberei troppo tempo.

      • mayniac1991 ha detto:

        Chi ha scritto l’articolo sta parlando, come purtroppo noi limitatissimi umani che viviamo in una realtà caotica, di percentuali, non di stime assolute…Penso che non si possa dar conto di ogni realtà presente, ma che intanto possiamonlimitarci all’evidenza dei fatti e ai grandi numeri.

  7. Michele ha detto:

    Da diplomato al liceo classico (anni che ricordo ancora con terrore, ma che rifarei) e da specializzando medico non posso che concordare con Francesco.
    Tra i miei colleghi dei tempi dell’ Università i diplomati in istituti tecnici erano rari, molti di essi hanno abbandonato gli studi perché privi degli strumenti intellettuali adatti a completare un percorso complesso come quello di medicina ed i pochissimi rimasti sono comunque pesantemente fuoricorso e per nulla competitivi.
    Un diploma tecnico,al giorno d’oggi, potrà forse inserire prima nel mondo del lavoro non qualificato e a bassa retribuzione, ma non consente -salvo rarissime eccezioni – di accedere a posti d’eccellenza che richiedano altissima specializzazione; non danno la giusta forma mentis, cosa che invece avviene nel percorso di studi fornito dai licei classici e scientifici.

    • Andrea ha detto:

      Lei gent.le Michele,
      in sostanza conferma la funzione del Liceo Classico come scuola per la formazione della classe dirigente del paese. Ovvero afferma la separazione gentiliana degli ordini di scuole risalente a un centinaio di anni fa. Dove c’erano scuole di serie A e di serie minori.

      Credo che accedere a funzioni dirigenziali non dipenda unicamente dalle proprie capacità e dalla forma mentis che dà un LIceo Classico. Questa è una illusione che prima abbandoniamo, meglio stiamo. Tutti.
      Piuttosto questo desiderio di accedere ad alte funzioni dirigenziali dipende da ambizioni personali, da quelle dei familiari, da incontri significativi che si fanno nella vita, da tradizione di famiglia, ecc.
      E tutto questo sarebbe perfettamente in linea con i valori costituzionali se davvero i più meritevoli potessero accedere ai più alti livelli di istruzione e di incarichi pubblici. Ma così non è. Basti pensare al baronaggio nelle università.
      Il risultato è che abbiamo, salvo qualche raro caso, una classe dirigente ed una pubblica amministrazione fra le meno efficienti nel mondo occidentale.
      Se fosse vero quanto afferma, a cosa è servito il liceo classico visti i risultati?

    • Andrea ha detto:

      Se quelli di medicina vanno ad ingegneria – dove gli studenti degli istituti tecnici hanno risultati ottimi – forse lì vedono dove risiede un “percorso complesso”.

  8. Michele ha detto:

    Mi scuso per il pessimo italiano, ma sono di fretta e col cellulare.

  9. Mauro ha detto:

    Caro Dalessandro, lei ha senz’altro ragione nel sottolineare quello che (come giustamente fatto notare da Francesco) era l’ottima preparazione dei tecnici un tempo prodotti dagli istituti tecnici, che, non credo di esagerare, erano un vanto del nostro sistema formativo (e su di loro e per mezzo di essi è stata ricostruita l’Italia), fondamentalmente paragonabili alle facoltà di ingegneria del sistema anglosassone come contenuti e finalità: si trattava e si tratta, però, di un tipo di studi appunto tecnico, non scientifico. Nulla da eccepire sul valore dei tecnici diplomati (dell’epoca), tanto più che infatti le nostre facoltà di ingegneria (con la dovuta eccezione di quelle dei pochi politecnici italiani) non hanno mai, storicamente, formato tecnici nè sono mai state deputate a questo, ma ingegneri, che tecnici non sono (non è richiesto loro di avere la perizia e la manualità tipica dei periti, né avrebbero modo di acquisirla non avendo il tempo materiale per farlo durante il corso di studi), ma progettisti e più in generale scienziati applicati, ovvero risolutori di problemi originali. Probabilmente tutto questo andrà perso con l’ormai stabilizzatosi nefasto adeguamento al processo di Bologna (il cosiddetto sistema 3 + 2) e ai pericolosissimi tentativi di trasformare le università da luoghi in cui si studia a luoghi in cui si fa formazione professionale ed addestramento al lavoro, cosa che non è e non deve essere la missione dell’università ma è e deve essere un costo ed un onere a carico dei datori di lavoro. Ed alla luce di queste riflessioni sull’involuzione in essere, diventa chiaro che per avere una classe dirigente che obbedisca e non che pensi e diriga (e mi vengono in mente i nostri due ultimi governi) è necessario distruggere la capacità critica e l’originalità di pensiero e quindi far morire innanzitutto il liceo classico ed in secondo ordine il liceo scientifico (che più propriamente forse sarebbe stato opportuno chiamare liceo tecnologico) e trasformare tutti i nostri giovani in docili esecutori di ordini che eseguano i protocolli tecnici dei differenti ambiti lavorativi senza tante domande.

  10. federica ha detto:

    Ringrazio l’autore per l’ottimo spunto. Ritengo che il vero valore aggiunto di certi studi, classici o scientifici, comunque ad alti livelli, siano dati non necessariamente dal tipo di “forma mentis” che ne risulta, ma dall’attitudine allo studio, alla curiosità, alla pazienza necessari per intraprendere tali percorsi. Naturale quindi che chi dimostra, fin dall’adolescenza, una vera passione per lo studio, come spesso ha colui che intraprende uno studio classico, disolito (ma non esclusivamente) stimolato da un ambiente culturale di un certo spessore, si troverà maggiormente a suo agio negli studi più impegnativi, come per esempio la Medicina. Niente da togliere ai licei “meno difficili”, come Scienze Umane, Linguistico (in cui tra l’altro insegno), né agli ITS. Ma è evidente che chi ama studiare, ed impara a studiare, anche ai livelli più alti della sua carriera continuerà con passione ad aggiornarsi ed approfondire le materie di competenza, qualità che mi sembra sempre più rara nella classe dirigente. Il mondo del lavoro è talmente vasto e sfaccettato che, a bassi come ad alti livelli, ci sarà sempre qualche nuova competenza da assimilare: per i contenuti basterà trovare il libro giusto, ma a fare la differenza sarà l’approccio giusto allo studio e alla ricerca, cioè l’impronta data da un certo tipo di scuola superiore .
    Concordo tuttavia pienamente nel denunciare l’imperante tendenza a ridurre gli studi di secondo grado ad una mera preparazione al mondo del lavoro e non più a considerarlo bagaglio di conoscenze personali e scuola di “metodo”, cioè quello zoccolo duro che è la cultura personale e (qui ci vuole) quella “forma mentis” su cui poi costruire il proprio futuro professionale. La società del McDonald e dei format tv ci vuole ora preconfezionare anche i contenuti, proponendoci fin dalle elementari tre-quattro risposte fisse ad un quesito, tralasciando così tutte le altre infinite possibilità che una mente intelligente e creativa (non sono queste le principali qualità di un dirigente?) può immaginare. La scuola, secondo questa tendenza, deve quindi adattarsi a una società e una nuova generazione che vuole tutto e subito, e che alla mente pensante sceglie l’operaio standardizzato. Problemi nel mondo del lavoro? I laureati non trovano posti all’altezza delle loro competenze ed aspettative? (io a 27 anni mi sono sentita dire che ero “overqualified” solo per aver passato due anni all’estero e perché parlavo correntemente inglese e francese). Anziché innalzare la qualità delle offerte di lavoro, allora, niente di più facile che abbassare le pretese dei postulanti, limitandone le conoscenze, la cultura, lo spessore. L’allarme è serissimo e sta a noi, cittadini, genitori, operatori della cultura, cercare di arginarlo e contrastarlo il più possibile.
    Ultimo appunto: insegno lingua e letteratura francese, e non condivido la riduzione che lei fa delle lingue moderne a semplici strumenti: esse, esattamente come latino e greco, sono il risultato vivo e pulsante di un’evoluzione storica e di un sostrato culturale che, almeno al linguistico, soprattutto nello studio della letteratura, cerchiamo puntualmente di analizzare, favorendo altresì spunti di riflessione sulla propria lingua madre.

  11. Anna ha detto:

    Bellissimo articolo. Ho un fratello che ha studiato al liceo classico e ora è primario di fama, tornato in Italia dopo essere stato per 15 anni a lavorare negli USA. Mia madre, liceo classico, è insegnante di scienze, mio padre (idem): chimico, mia sorella (idem): statistica, mia cugina (idem): fisica. Io…. musicista 🙂
    Bisogna riflettere anche sul contenuto delle traduzioni che si fanno dal greco e dal latino.
    Ci si sofferma a decifrare, scandagliare, analizzare, il pensiero dei piú grandi pensatori della storia!
    E ogni testo antico, da tradurre, è pieno di insidiosi problemi da risolvere: non è assolutamente paragonabile con la traduzione da una lingua moderna!
    Questo è il valore di quelle lingue. Una lingua è una forma mentale, è una maniera di pensare e una lingua antica costringe a mettere in gioco tutti gli elementi logici di cui si dispone.

    • Andrea ha detto:

      Sapete cosa significa in termini di “problemi insidiosi”, “mettere in gioco tutti gli elementi logici di cui si dispone” il dover trasformare la percezione di un sistema fisico (da un circuito elettronico ad una struttura fisica, al moto di un fluido entro un alveo, al movimento di masse d’aria nell’atmosfera) in un modello matematico (una o più equazioni organizzate studiate e risolte secondo un preciso algoritmo) ?
      Sappiate dunque che questo è esattamente ciò che negli istituti tecnici (elettronica, telecomunicazioni, meccanica, aeronautica) viene fatto nella didattica ordinaria.

      • Mauro ha detto:

        Caro Andrea,
        non confonda l’appicazione sistematica di tecniche elaborate da altri, che è ciò che si fa appunto negli istituti tecnici a proposito dei problemi che lei cita, con la ricerca di soluzioni originali, lo studio di problemi nuovi e l’ideazione di dette tecniche, e la dimostrazione scientifica della validità di tutto questo e della applicabilità delle tecniche e dei loro limiti, che è l’oggetto della didattica delle discipline della matematica, della fisica, dell’informazione e dell’ingegneria, con premesse e prospettive radicalmente diverse da quelle necessarie e perseguite negli studi tecnici. Mi par di capire da ciò che scrive che lei abbia fatto studi tecnici, ma non so se lei abbia poi proseguito con studi scientifici: posso assicurarle però che ho visto ben pochi diplomati degli istituti tecnici diventare buoni ingegneri: buoni tecnici assolutamente sì, ma buoni ingegneri no, perchè tendono appunto ad interessarsi al fatto tecnico transeunte piuttosto che allo schema di pensiero, più al confondere ciò che si studia per un fine, anzichè coglierlo come un mezzo. Negli istituti tecnici e nelle ex facoltà tecniche si insegna ad essere padroni della conoscenza di oggi; al liceo classico e nelle ex facoltà scientifiche si insegna ad essere padroni della conoscenza di domani, o, se il discente non prende gli studi con la dovuta capacità di astrazione, almeno metodi per diventare autonomamente in grado di affrontare la conoscenza di oggi.

      • Diogene ha detto:

        E’ un gioco che non vale la candela.

  12. NSMB ha detto:

    Come forma mentis scientifica questo articolo già parte male: quando si danno dei dati, bisogna citare la fonte, altrimenti sono solo parole…

  13. Andrea ha detto:

    Caro Mauro,
    ritengo che invece Lei non abbi fatto quegli studi, che lei chiama Tecnici, perché una riflessione come quella che ha fatto, cercando anche di argomentare, diversamente non l’avrebbe mai fatta.
    Mi pare che abbia risposto con uno stereotipo, semplice senz’altro, ma che come tale, è limitato nella sua capacità di rappresentare la realtà.
    Non credo che si possa dire scienza solo quella attività intellettuale relativa a produrre scoperte nuove, quelle sono abbastanza rare.
    Credo invece che se si estende l’accezione di scienza alla conoscenza (e non mi pare affatto una forzatura) allora, tutte le volte che si elaborano soluzioni nuove a problemi nuovi, siamo nel campo della scienza, perché si produce nuova conoscenza.
    D’altra parte ogni scoperta scientifica si basa sempre su precedenti acquisizioni. Nella storia dell’umanità, di rivoluzionario, raramente emerge qualcosa. Forse l’ultima scoperta incredibile sono state le teorie della relatività di Einstein. Ed infatti hanno fatto inizialmente sorridere i fisici di allora.
    Pensi all’ingegneria delle nanoparticelle, pensi ai centri di ricerca di chi produce la microelettronica, sono quasi tutti ingegneri. Secondo lei lì non si fa scienza? E se lei sapesse quanti di quegli ingegneri sono usciti dagli Istituti Tecnici Industriali rimarrebbe molto sorpreso. Ho contatti diretti con alcuni di loro, non parlo per sentito dire.
    Guardi, distinguere in modo così netto fra scienza e tecnica, può essere sufficiente solo per chi si limita a compiere riflessioni sulla scienza e sulla tecnica, non per chi la applica e deve continuamente risolvere in modo creativo dei problemi, che richiedono tecnica e scienza insieme, elaborando continuamente nuove soluzioni.
    Pensi – e questo la sorprenderà ancora – che il penultimo premio nobel italiano per la fisica Carlo Rubbia, ha inizialmente compiuto studi di ingegneria. E lui stesso ha ammesso che gli sono stati decisivi nella modifica, prima, e nell’invenzione, poi, dei vari dispositivi sensori di rivelamento (sic, non rilevamento) di particelle che gli hanno assicurato il Nobel.

    “Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogna la tua filosofia”.
    W. Shakespeare, Amleto, atto I, scena V.

    • Mauro ha detto:

      Caro Andrea,
      è vero, io non ho fatto gli studi tecnici, ma il liceo classico. Poi mi sono laureato in ingegneria con lode in 5 anni e 2 sessioni, ho preso un dottorato di ricerca e, sempre da homo novus, ho vinto un concorso da ricercatore universitario, ed ora, oltre a fare ricerca scientifica ovviamente, insegno all’università da circa 14 anni: proprio per questo, dall’aver seguito gli studi e poi le carriere di qualche migliaio di studenti, traggo l’esperienza che mi ha portato a scrivere ciò che ho scritto; proprio così come dal rapporto con i miei stessi colleghi, o i partner delle aziende, emerge, anche nelle eccellenze, la differenza di approccio, che è in generale invariabilmente più elastica in coloro che a posteriori scopro provenire dal liceo classico.
      Ovviamente non posso che concordare quando lei mi dice dell’ovvia preparazione scientifica degli ingegneri (che nulla, senza offesa, hanno a che fare con i periti, se non simplicisticamente perché questi ultimi rappresentano il braccio e quelli la mente nei processi produttivi), e del loro significativo contributo alla ricerca scientifica: studi scientifici (e non tecnici) hanno fatto ed è naturale che parte di essi rimanga nell’area delle attività umane che mira ad avanzare la conoscenza, dal momento che proprio il contributo specifico degli ingegneri come scienziati dei sistemi e della complessità, o, in alcuni casi, come scienziati applicati, permette di conseguire una serie di risultati altrimenti impossibili da raggiungere, stante la loro intrinseca interdisciplinarietà. E non vedo perchè dovrebbe stupirmi che Rubbia sia in primis un ingegnere (non ho motivo di non crederle, ergo non ho verificato), dal momento che dopo tali studi non è infrequente che la stessa curiosità scientifica propria di chi viene dal liceo classico, che trova la massima realizzazione proprio studiando ingegneria, porti poi, se ce ne sono tempo e mezzi, ad intraprendere per il proprio piacere lo studio di altre discipline scientifiche: io stesso sono ora laureando in fisica (e le assicuro che da Einstein in poi le scoperte sorprendenti sono state moltissime, ma poche hanno potuto godere della stessa visibilità mediatica, forse soltanto quella del bosone di Higgs, peraltro completamente travisata dalla stessa stampa che l’ha resa “trendy”).
      Proprio per questo, perchè sono consapevole che ci sono più cose in cielo e in terra che nella filosofia del povero Orazio, nei miei studi, che ormai durano da quasi 35 anni alla fine, ho sempre scelto percorsi che mi portassero a capire piuttosto che imparare, ad astrarre piuttosto che ad applicare, a generalizzare piuttosto che a specializzare, e quindi il liceo classico e la sua naturale prosecuzione ad ingegneria, e anzichè la via facile della filosofia ho scelto quella lungo la quale faticosamente un giorno, ormai non troppo futuro, troverò qualcosa che non sarò in grado di affrontare, perchè mi scontrerò con i limiti della mia capacità di astrazione e comprensione.
      Credo di poter quindi affermare che neanche io parlo per sentito dire, e che più che risponderle con uno stereotipo forse le ho risposto con un modello fondato sull’esperienza sperimentale…

  14. Shinji ha detto:

    Laurea in fisica con 110 e lode.
    PhD in fisica nucleare applicata.
    Liceo Classico. Presente!

    • Andrea ha detto:

      Vedo che gli interventi di chi vuole dimostrare che il Liceo classico è la migliore scuola del mondo perché sforna studiosi in campo scientifico, in realtà negano il metodo scientifico.

      Una laurea, un PhD, dimostrano solo che qualcuno aveva l’ambizione o motivazione a fare quello che ha fatto e da qualche parte ha avuto una preparazione. Non dimostrano che il LIceo classico è la scuola migliore.

      Non ho visto nessun risultato statistico oggettivo e con dati di analisi fattoriali (mancando queste infatti talvolta si può barare con i numeri), o qualche studio serio che possa certificare quanto qui si sostiene.

      Poi nei numerosi esami di stato che ho presieduto ho visto nel liceo classico tradizionale delle ciofeche pazzesche. Di più non posso dire, se non che evidentemente questi commenti stanno diventando un gioco dove c’è l’esibizione del senso di appartenenenza ad una élite.

      Buon divertimento. E non c’è niente di meglio che vedere persone che se la suonano e se la cantano.

      • Vincenzo ha detto:

        Mi sento di concordare e allo stesso tempo dissentire con tutti voi. Ho frequentato il Liceo Classico (e lo rifarei), mi sono laureato in Chimica Industriale (rifarei anche quello) e lavoro da decenni nel settore farmaceutico. Il Classico mi ha insegnato a interpretare criticamente opinioni, fatti e fenomeni, e all’Università ho imparato a interpretare la realtà utilizzando linguaggi tecnico-scientifici. Bisogna metterci in testa tutti che i ragazzi vanno ispirati: ispirati ad avere fiducia in se stessi, ad avere il coraggio di seguire le proprie aspirazioni, di portare a termine i progetti intrapresi. Siano essi il lavoro o qualsiasi tipo di scuola /università. Il valore sta in ognuno di noi, non nelle istituzioni che abbracciamo / frequentiamo.

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