La feconda interdisciplinarità del latino

Dal sito della Treccani, di Giuseppe Iannaccone*

Puntuale, ad ogni ipotesi di riforma della scuola, arriva la discussione intorno allo studio del latino e all’eccessivo peso che esso ha nei programmi liceali. Contro quanti auspicano un forte ridimensionamento, se non un’abolizione dell’insegnamento della lingua di Roma, Giuseppe Iannaccone ne sottolinea invece l’utilità, anche prescindendo dalla considerazione della sua importanza culturale per noi italiani.

Il latino si difende uscendo dall’assedio
Per difendere lo studio del latino oggi, si corre il rischio di passare per laudatores temporis acti, paladini a oltranza di un passato scolastico idealizzato dove le lingue classiche e in generale le materie umanistiche imperversavano, solitari e obbligati percorsi per ogni ipotesi formativa. È certo banale sottolineare come la società di oggi abbia altre esigenze, comunichi diversamente, richieda attitudini nuove e i suoi studenti siano, come naturalmente impone il passaggio delle generazioni in qualsiasi epoca, differenti da quelli di ieri.
Agli adulti che cedono alla tentazione di confrontare la loro immaginaria età dell’oro con le macerie del presente, e sconsolati dipingono un universo giovanile desolato e insidiato come non mai dal rischio concreto dell’omologazione, viene spesso naturale di sognare una scuola capace di ‘resistere’ alla massificazione: ultima cittadella, dove si trasmettono con disperato e pervicace antagonismo valori e conoscenze che l’opinione pubblica sclerotizzata e acritica giudica inattuali o inutili. Per quanto suggestiva e comprensibile sia quest’utopia, pensare di slegare la scuola, i suoi programmi, le sue finalità educative dai processi sociali, culturali, economici e generali in cui opera (suo malgrado, direbbe questo irriducibile conservatore) sarebbe operazione, oltre che velleitaria, del tutto irrealizzabile.
La volontà di mantenere inalterato lo studio del latino nei licei, va subito detto, dovrebbe prescindere da tali valutazioni, per così dire, difensive: assegnare ad esso una valenza palingenetica o taumaturgica, come se una disciplina da sola bastasse a rendere le nuove generazioni migliori di quelle che sono, significa in molti casi lavarsi la coscienza, presentare la limpidezza adamantina della propria autoreferenziale educazione come il segno distintivo di una presunta diversità e non affrontare con piglio anche autocritico un confronto costruttivo con le modalità e i contenuti che il presente richiede: senza astratti e patetici rimpianti. E senza il desiderio di chiudersi, come docenti e come cittadini, in una propria, aureolata e un po’ snobistica torre d’avorio, protetta dalle contaminazioni della contemporaneità. Per quanto amiamo Cicerone, insomma, lasciamo solo a lui il diritto – o, se si preferisce, il dovere – di esclamare: “O tempora, o mores!”.

L’utilità del latino

Il punto, invece, è un altro: valutare cioè quanto lo studio del latino regali, al di là del suo indiscutibile valore culturale, delle opportunità tangibili, degli strumenti di crescita materiali di cui usufruire come una preziosa risorsa non solo da coltivare per la propria fisionomia personale, ma anche nell’agone dei rapporti della nostra attuale vita associata. Solo in tal modo ci renderemmo conto che la complessità dei processi logici imposti da una traduzione e la conoscenza della ricca, articolata e difficile struttura della lingua latina forniscono basi fondamentali per il successo in molte discipline scientifiche. E che la fatica richiesta per capire un testo classico, quella ricerca lenta, certamente complicata e a volte frustrante che matura più che dalla meccanica applicazione di regole grammaticali imparate a memoria, dal consapevole utilizzo di tecniche, di acquisizioni logiche e lunghe sedute di severa o brillante intuizione, serve (si perdonerà il voluto uso di questo verbo utilitaristico) come una palestra mentale, in cui ci si esercita con gli strumenti di Sallustio e Seneca, ma per addestrare muscoli pronti anche a misurarsi con equazioni o ‘partite doppie’ commerciali.

Se alla conoscenza della lingua latina, sottraiamo quella patina un po’ polverosa che la rende un esercizio per pedanti antiquari o professori chiusi nei loro ‘sancta sanctorum’, anche i suoi detrattori avranno qualche argomento in meno per le loro populistiche crociate. Non potranno più recriminare contro l’anacronismo di quella lingua morta, perché morta non è, visto come è viva e vegeta nella lingua che parliamo tutti i giorni, che dal latino deriva e che al latino ancora oggi ricorre con filologico rispetto in un’infinità di locuzioni, espressioni e modi di dire di uso comune. Non potranno non riconoscere come solo apprendendo la lingua latina si possa sfruttare appieno la carica espressiva di quella italiana, risalendo al significato etimologico dei termini e all’evoluzione dei suoi significati e come grazie ad essa si possa accedere più facilmente ai più diversi linguaggi settoriali. Ma soprattutto non potranno più confinare quello studio nell’alveo di uno specialismo asettico o nelle categorie anacronistiche di una scuola classica ancora plasmata sul modello gentiliano, giacché, se è vero che a prima vista la consecutio temporum non ha a nulla a che vedere con l’era digitale, è anche vero che la sottile logica dell’una può essere utile nel decifrare e abitare con consapevolezza l’altra.

Il latino: una disciplina che può assorbire le altre
Spesso il pregiudizio anti-latino si fonda proprio sul presunto conflitto tra la cultura classica e quella oggi essenziale per entrare nel mondo del lavoro. Apparentemente, la conoscenza della civiltà di cui siamo figli non costituisce un biglietto da visita richiesto nel curriculum di un candidato a un posto aziendale. Eppure, come non riconoscere che l’esercizio del tradurre determina la messa in campo delle stesse facoltà mobilitate nel risolvere un problema? Comprendere una versione ginnasiale al pari di un difficile testo d’autore quando si avvicinano gli esami di maturità significa anche fare congetture, verificare ipotesi, formulare possibili alternative. Significa in sostanza fare una ricerca, inaugurare una esplorazione, sapendo che l’analisi sistematica di un brano latino non solo permette di cogliere il senso che esso ci ha lasciato in eredità e di penetrare in un mondo ormai lontano dall’attuale, ma anche di stimolare attitudini al ragionamento, alla critica e alla comprensione che saranno utili anche in altri contesti.
Perfino realtà storiche e culturali che non hanno tradizioni e retaggi come la nostra, hanno compreso questa feconda interdisciplinarità del latino. Da noi, mentre tutto il mondo riscopre la bellezza e il valore di quella lingua e moltiplica le proposte didattiche per avvicinarvisi, essa viene messa in discussione con autolesionistica miopia forse in omaggio a quella semplificazione del sapere che appare talvolta più che subìta, quasi auspicata per isterilire le coscienze critiche dei giovani. Non si tratta, dunque, di difendere a spada tratta soltanto il patrimonio più grande della nostra civiltà, ma di conferire ad esso quella pregnanza vitale e accattivante che avvicina le generazioni e mette in contatto il nostro ieri col nostro domani. Facendoci sentire davvero europei, accomunati nella stessa matrice culturale, con radici e identità più durature e profonde di una moneta, di una banca e di un parlamento.

*Docente di Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico “F. Enriques” di Roma e di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università degli Studi Roma Tre

Pubblicato il 27/1/2009

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