Perché se muore il liceo classico muore il paese

Da Il Mattino e Il Messaggero, di Giorgio Israel.

Da un lato un boom di iscritti ai test d’ingresso al Politecnico di Milano e una propensione per le lauree di ingegneria o direttamente correlate a una professione definita; dall’altro, un declino delle iscrizioni ai licei, in particolar modo al liceo classico. Alcuni commenti salutano questi dati come espressione di una tendenza positiva verso la “laurea utile”, verso l’abbandono delle propensioni “generaliste”, verso una preparazione corrispondente alle figure richieste dalle aziende. A noi sembra invece che la valutazione vada divisa: ottima è la prima tendenza, perché la rivalutazione delle professioni ingegneristiche e tecnologiche anche a livello della formazione professionale, è essenziale per un paese in via di declino industriale; pessima è la seconda tendenza per motivi che dovrebbe essere superfluo dire.

Come può un paese che possiede più della metà dei beni culturali, artistici, architettonici del mondo non preoccuparsi di coltivare un ceto di persone di altissima competenza capace di valorizzare quel patrimonio che, se non altro, ha un enorme potenziale economico? Si badi bene: non si tratta solo della necessità di formare un esercito di archeologi, di restauratori, di persone all’altezza di gestire musei e l’immenso, quando degradato e depredato, patrimonio librario del paese. Si tratta di non disperdere la memoria dell’identità storico-culturale italiana. Come è possibile pensare che il patrimonio culturale del paese possa essere preservato se quasi nessuno conosce più neanche i nomi degli architetti, dei pittori, dei letterati, degli scienziati che l’hanno costruito e finisce col considerarlo un irriconoscibile ciarpame? Il disprezzo dell’umanesimo (anche sul fronte della cultura scientifica!) è la via per il sicuro declino.
Ci potremmo fermare qui, ma c’è di peggio. A chi ha sempre difeso le assurde accuse di stampo idealistico alle scienze esatte non può piacere il disprezzo simmetrico per l’“altra cultura” tacciata di non fornire né conoscenze né saperi pratici, insomma di essere un cumulo di prodotti inutili e di chiacchiere di dubbio valore. La sciagurata diatriba tra le due culture danneggia entrambe. Nella furia di distinguerle, le scienze vengono separate dalla cultura e pensate come mere abilità pratiche, predicando che solo ciò che ha un’utilità diretta vale qualcosa. Non a caso stiamo perdendo il senso della parola “ricerca”, ormai sinonimo di “innovazione tecnologica”.
Invece, lo straordinario successo della scienza occidentale è stato fondare la tecnica sulla scienza, creando la “tecnologia”. Tutte le grandi scoperte scientifiche che hanno cambiato il volto del mondo – a partire dal computer digitale – sono frutto di idee teoriche, fondate sulla “scienza di base”. Un grande ingegnere come Leonardo da Vinci ammoniva: «Studia prima la scienza, e poi seguita la pratica, nata da essa scienza. Quelli che s’innamoran di pratica senza scienza son come ‘l nocchier ch’entra in navilio senza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada». Oggi questo è più vero di ieri. Giorni fa un illustre ingegnere osservava che nel contesto odierno, sempre più complesso e ricco di interrelazioni, servono persone di formazione vasta e aperta, in breve di formazione umanistica, che spesso solo il liceo classico può dare. L’innovazione tecnologica richiede una cultura vasta capace di attingere ai campi più disparati, altro che specializzazione. Mi ha profondamente colpito l’osservazione che ho sentito da diversi ingegneri che le automobili di oggi sono, in fondo, ancora “bricolage” del modello originario, mentre occorrerebbe ripensarne uno nuovo non soltanto in termini tecnici stretti, ma tenendo conto del senso del “trasporto” nella realtà economico-sociale di oggi. Come può farlo questo chi non sappia di economia, di sociologia, di storia? In un’università tecnologica francese mi raccontarono: «Un’importante ditta automobilistica ci chiede come migliorare una difficoltà di carburazione. Un ricercatore elabora un modello e conclude che occorre aumentare di tot millimetri il diametro di un tubo. Cosa di veramente nuovo può venire da questo?».
È comprensibile che le imprese abbiano fretta e desiderino un sistema dell’istruzione funzionale alle formazione di addetti. Ma ciò può portare solo al disastro. Nè vale produrre l’esempio di paesi che imboccano questa via: qui il mal comune non è mezzo gaudio. Tanto meno può esserlo in un paese che non solo possiede gran parte del patrimonio culturale e artistico mondiale, ma ha una grande tradizione: aver saputo sintetizzare con successo, dal periodo postunitario, visione umanistica, scientifica e tecnologica. Di tale sintesi è stata espressione l’ingegneria italiana, costellata di grandi personalità che non erano solo “pratici” di prim’ordine, ma scienziati e umanisti. Tale fu Luigi Cremona, matematico puro, fondatore della Scuola di Ingegneria e ministro dell’istruzione. Tale fu Francesco Brioschi. Tale fu Vilfredo Pareto ingegnere ferroviario, imprenditore, e grande teorico dell’economia e della sociologia. Scienziato umanista fu il creatore della plastica Giulio Natta (diplomato in un liceo classico). Questa è la tradizione cui riallacciarsi, invece di credere che sia un progresso distruggere la formazione umanistica classica, proprio mentre viene riscoperta in paesi privi delle nostre tradizioni.

Abbiamo bisogno di persone di ampia formazione e capaci di scelte autonome, e non di polli di batteria formati per una sola funzione che, col procedere tumultuoso della tecnologia, potrebbe diventare obsoleta nel giro di poco tempo. Per formare persone del genere serve anche il liceo classico. Chi gioisce per il suo declino ride mentre è segato il ramo su cui sta seduto.

(25 agosto 2013)

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11 thoughts on “Perché se muore il liceo classico muore il paese

  1. Angelo ha detto:

    È giusto preoccuparsi, ma penso che un buon liceo scientifico possa formare benissimo tutte queste figure. Le persone più brillanti che conosco ( in tutti i settori della cultura ) vengono dal liceo scientifico. I dottori e qualche avvocato dal classico.

    • Anonimo ha detto:

      Non credo proprio che un Liceo Scientifico possa dare le stesse conoscenze del Classico.
      Una persona che vuole diventare un dottore deve sapere il Greco e il Latino perché le varie medicine derivano da queste lingue.
      Ai tempi di mio padre il Liceo Classico era l’unico liceo che poteva dare una cultura perfetta per poter affrontare qualsiasi facoltà universitaria.
      Detto ciò, il Liceo Classico, è e sarà per sempre il migliore.

      • mimma lavaggi ha detto:

        Ai tempi di tuo padre, giusto, ma adesso che ce ne facciamo di gente che “sa” il latinoi o il greco antico e poi non riesce a parlare una lingua straniera? La conoscenza della tecnologia non signifiuca non conoscere anche la cultura umanistica , mentre conoscere solo cultura classica non ti mette al passo coi tempi

      • Marina ha detto:

        Non so se il liceo classico e` migliore dello scientifico. Penso che entrambi abbiano il loro merito. Che poi per essere medico sia assolutamente necessario sapere il greco antico non direi proprio. In GB, dove abito, pochissimi ragazzi iscritti a medicina conoscono il latino e il greco che vengono insegnati solo da un piccolo numero di scuole private. Eppure, non per questo i medici inglesi sono peggiori di quelli italiani.

    • anonimo ha detto:

      Iniziamo a utilizzare i termini giusti: i laureati in medicina, sono medici. Dottore è chiunque sia laureato.

  2. Francesco ha detto:

    L’importanza del classico e delle materie umanisitiche in genere è innegabile. Vedendo, però, il degrado e l’immobilità in cui versano la maggior parte degli atenei e dei musei italiani, ci dovremmo domandare come vengono insegnate e soprattutto come vengono applicate.

    Trovo ridicole le denigrazioni di questo periodo contro gli studi classici come trovavo ridicolee snob quelle fatte per decenni conto gli studi tecnico scientifici.

    Siamo macroscopicamente indietro come numero di laureati e diplomati in settori tecnici. Il terrore di questo articolo mi sembra assurdo.
    Sono decenni che prendono in giro l’Italia per essere pigramente chiusa in questo immobilismo umanistico quasi narcisista.

  3. Massimo Dore ha detto:

    Sono laureato in ingegneria e ho frequentato il liceo classico . Sono sicuramente contento, a posteriori, della scelta fatta e ringrazio mio padre che mi convinse a iscrivermi a questo liceo. Non fu facile allora affrontare il biennio iniziale di ingegneria, per le lacune in analisi matematica che i programmi di allora avevano (sto parlando degli anni 70 !). Inoltre in quegli anni si interrompeva lo studio della lingua straniera al ginnasio, cosa risolta fortunatamente nei programmi attuali. Concordo con quanto scritto nell’articolo e con la necessità di preservare una cultura umanistica nel nostro paese. E a questo aggiungerei lo studio della musica, che non si fa nemmeno nei licei classici, tranne i pochissimi ad indirizzo musicale.
    Certo, se penso alle prospettive di lavoro, capisco perchè tanti giovani si iscrivino a ingegneria piuttosto che a lettere antiche. Ho letto recentemente di un progetto che prevedeva l’assunzione di 10 o poco più laureati per il ministero dei beni culturali. I candidati dovevano essere laureati con almeno 110, conoscere bene due lingue e avere pubblicato lavori in materia…il tutto per 700 euro mensili. Penso che si commenti da solo

  4. Vincenzo ha detto:

    Sono professore universitario di fisica della materia e faccio il ricercatore in fisica teorica e computazionale; questo non mi è stato impedito dall’aver fatto il liceo classico, come molti dei miei migliori colleghi. specificamente non ho mai sofferto per la (relativamente) poca matematica fatta al classico; per contro, ad esempio, considero il greco antico una miniera di splendida letteratura e di arricchimento del vocabolario.

  5. Patrizia Innocenti ha detto:

    Beh …… io avrei seri dubbi ……. nel mettere sul podio della massima formazione culturale il solo “Liceo Classico” (ottima scuola formativa devo dire che, però oggi, secondo il mio punto di vista, perde adesioni, anche perché contrariamente ad altri tipi di formazione è rimasto unicamente “salvo eccezioni specialistiche” strutturato con i vecchi schemi esclusivamente umanistici) ………….
    Secondo il mio modo di vedere, sul podio (fra le varie scuole di formazione) dovrebbe invece starci il “Liceo Scientifico” che, pur fornendo ai suoi studenti, un’ottima cultura scientifica è assolutamente formativo anche per la parte umanistica!!!!

    Se come, ad esempio, sostiene l’autore dell’articolo Giorgio Israel:
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    Come può un paese che possiede più della metà dei beni culturali, artistici, architettonici del mondo non preoccuparsi di coltivare un ceto di persone di altissima competenza capace di valorizzare quel patrimonio che, se non altro, ha un enorme potenziale economico? Si badi bene: non si tratta solo della necessità di formare un esercito di archeologi, di restauratori, di persone all’altezza di gestire musei e l’immenso, quando degradato e depredato, patrimonio librario del paese. Si tratta di non disperdere la memoria dell’identità storico-culturale italiana. Come è possibile pensare che il patrimonio culturale del paese possa essere preservato se quasi nessuno conosce più neanche i nomi degli architetti, dei pittori, dei letterati, degli scienziati che l’hanno costruito e finisce col considerarlo un irriconoscibile ciarpame? Il disprezzo dell’umanesimo (anche sul fronte della cultura scientifica!) è la via per il sicuro declino.
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    tutto questo è vero …………. ma, è anche vero che …………….. non serve e non è sufficiente solo conoscere “””” i nomi di ….. per non disperdere la memoria dell’identità storico-culturale italiana””””
    servono anche gli scienziati, i ricercatori …………. che questo patrimonio culturale, sono in grado di conoscerlo e ………… sanno come poterlo mantenere, conservare, restaurare e tutelare …………… avendo acquisito una specifica formazione scientifica (sia nella scuola Superiore che nell’ambito dell’Università) sulla tutela e conservazione dei beni culturali!!!

  6. unarosaverde ha detto:

    Come Massimo Dore, sono laureata in ingegneria – meccanica – e diplomata ad un liceo classico. Non sono per nulla pentita della scelta, nonostante l’università sia stata faticosa. Una volta entrata nel mondo del lavoro, mi sono resa conto che avevo a mia disposizione molti strumenti diversi sui quali poter fare affidamento per risolvere i problemi: questa varietà regala flessibilità, capacità di adattamento e aiuta a trovare approcci non tradizionali alla risoluzione dei problemi. Rispetto a chi possiede una formazione puramente tecnica, difetto probabilmente di conoscenze dettagliate su alcuni aspetti dell’ingegneria, ma sono in grado di accedere a più contenuti e riesco a comunicare in modo più efficace. Studiare le lingue antiche è come studiare le lingue moderne: serve solo l’amore per le parole, secondo me. Parlo ad un livello discreto tre lingue straniere e due le ho imparate solo dopo la laurea. La scuola arriva solo fino ad un certo punto, qualunque essa sia: il resto bisogna che lo mettiamo noi, per tutto il resto della nostra vita. E’ più facile farlo se si conosce il metodo per farlo. Questo metodo è l’eredità più importante che ho ricevuto dalla formazione umanistica.

  7. […] “Perché se muore il liceo classico muore il paese” era il titolo di un articolo pubblicato su queste pagine [Il Mattino] a fine agosto 2013 e che ha avuto una grande diffusione; è stato discusso largamente nelle scuole ed è capitato di sentirlo citare nella presentazione dell’offerta formativa di alcuni licei classici. Si è forse sviluppato in questi mesi un dibattito culturale che abbia difeso o contestato la tesi di quell’articolo? Nulla di tutto ciò. La tecnica collaudata per far passare un progetto senza discutere è ben nota: prima si lancia il “ballon d’essai” provocatorio – la riduzione del liceo a quattro anni, la riforma radicale del classico, il ridimensionamento della filosofia – poi si assiste in silenzio alle reazioni, senza alimentare alcun dibattito, quindi si torna alla carica su un altro terreno, quello dell’indottrinamento; il quale, manco a dirlo, è rivolto agli insegnanti. È questa una categoria che ha mele sane e marce come tutte ma che gode di uno speciale “privilegio” oltre a quello di essere la più malpagata d’Europa: di essere l’oggetto speciale dell’attenzione di “esperti” della scuola che si dedicano a riformarne le teste sulla base di teorie insindacabili e al disopra di ogni possibile contestazione. […]

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