Perché il latino a scuola?

Dal sito della Treccani, di Raffaella Tabacco*

Il latino fa parte del canone della nostra cultura, che sta a noi riprodurre a beneficio delle future generazioni e per un mondo più culturalmente ricco e diversificato. Conoscere il latino è un’abilità che rende più padroni del proprio destino, e contribuisce a costruire una società meritocratica.

Il latino, canone storico della scuola europea
Qualsiasi riforma della scuola finisce per proporre una nuova aritmetica delle ore da dedicare alle discipline secondo i vari tipi di scuola, traducendo così in pratica una scelta che si vuol presentare come culturale e didattica, prima che organizzativa o sindacale, anche se l’esito finale nasce da una mescolanza di questi fattori diversi. È inevitabile che un’istituzione secolare grande e complessa come la scuola abbia le sue inerzie. È altrettanto inevitabile che un’economia e una società rivoluzionate tante volte nei secoli e oggi così mutevoli chiedano risposte differenti al mondo della formazione. Sul terreno della cultura queste risposte fanno capo ad argomenti che legittimano la funzione di una disciplina. Sul latino – la lingua e la letteratura e più in generale la cultura – sono state e sono tuttora forse più frequenti le controversie per una ragione importante, ma banale, da ricordare: la cultura che si esprimeva in latino è l’asse portante della storia europea occidentale in tutte le sue manifestazioni principali: filosofia, religione, diritto, letteratura, scienze; e di conseguenza delle istituzioni deputate a trasmettere la cultura: università e scuole; e di altre ancora: chiese, tribunali, editoria. Se mai un canone c’è stato nella cultura occidentale, il latino era al suo centro. Le altre discipline dovevano argomentare il loro ruolo nel canone e quindi nei programmi scolastici.

La crisi del canone
Nella seconda metà del Novecento il canone culturale è apparso sempre meno scontato: col successo delle scienze naturali, delle tecnologie, delle scienze economiche e umane, con il confronto tra la cultura europea e nordamericana, figlia di quella europea ma divenuta autonoma, e le culture non occidentali, la stessa lingua internazionale dei dotti è diventata l’inglese. Si è così sviluppato nel tempo anche in Italia un dibattito pro e contro il latino in cui le parti si rovesciano: difficile contestare l’opportunità di insegnare più lingue straniere o più matematica o qualche abilità pratica, più facile decretare l’obsolescenza del latino.

Il latino è nella nostra cultura
Una serie di argomentazioni inducono a considerare un bene offrire agli studenti e alle future generazioni dei paesi europei, italiani in particolare, almeno qualche strumento, linguistico e culturale, per accedere alle radici lontane della loro cultura e averne una conoscenza diretta. Non si tratta di una difesa identitaria fondamentalista dell’occidente o dell’Europa, perché proprio questo passato che parlava e scriveva in latino, se ben conosciuto, contiene forti anticorpi in tal senso (ignorati e distorti dalla manipolazione ideologica che ne fece il fascismo) e consente un confronto identitario tra oggi e ieri che fa capire l’altro e se stessi, promuovendo la multiculturalità. La principale risorsa in tal senso è la complessità e la polifonia della cultura classica, come punto di convergenza nel mondo antico di istanze diverse provenienti in fasi successive dalle varie zone del bacino del Mediterraneo, ben lungi dall’immutabile esemplarità attribuitale per secoli dalla tradizione; e anche come codice oggi ancora non esaurito, dei cui frammenti è disseminata fittamente la cultura contemporanea, dalle arti espressive al pensiero politico e scientifico (si veda il suggestivo contrasto che l’Arco di Cupido dell’artista svedese Claes Oldenburg forma con lo sfondo del ponte di San Francisco).

Il latino è nella nostra lingua
La lingua è il tramite essenziale di una cultura – impossibile conoscere davvero una cultura e una storia senza conoscerne la lingua, almeno a livelli iniziali –, ma considerazioni di opportunità possono suggerire che non in tutti i tipi di liceo latino e cultura classica siano insegnati entrambi. I difensori di una ‘lingua morta’ hanno al loro arco qualche altra freccia. Resuscitarla con esperienze amatoriali è un’arma un po’ spuntata. Alla chiesa cattolica romana dobbiamo forse l’uso più influente del latino come lingua corrente di un’istituzione, recentemente rilanciato da Benedetto XVI con l’argomento dell’universalità della lingua corrispondente a quella dei contenuti dottrinali e pastorali. Ma l’argomento principale di carattere didattico è che l’apprendimento del latino vincola a un rigoroso e completo esercizio dell’analisi logica e alla conoscenza della grammatica e della sintassi, indispensabile per la costruzione di qualsiasi pensiero scritto in qualsiasi lingua, inclusa la lingua madre, e facilita l’apprendimento delle lingue in genere.

Il latino e la meritocrazia
A uno sguardo comparativo notiamo che il latino è insegnamento obbligatorio solo in Italia, mentre è opzionale negli altri paesi europei e nordamericani (in alcuni obbligatorio in indirizzi letterari a loro volta opzionali). Può sembrare una potente smentita di fatto dei ragionamenti appena esposti. Ma notiamo anche che l’opzione latino (e l’obbligo nei licei classici e scientifici italiani) è spesso esercitata nell’ambito dei percorsi che conducono alla formazione della élite professionale. Trattandosi ormai di percorsi aperti al reclutamento in diverse classi sociali, viene da chiedersi se toglierlo non priverebbe proprio i candidati alla élite, quella del merito e non dell’origine sociale, di una risorsa importante da spendere a beneficio di tutti nelle professioni, per essere più padroni del proprio destino grazie alla cultura, come voleva Don Milani. L’Italia non avrà per questo una scuola migliore: numerosi altri fattori, professionali, didattici e organizzativi, determinano la qualità di una scuola e le carenze di quella italiana, non solo la natura dei suoi contenuti culturali e tanto meno il solo latino, per quanto importanti. Ampio, del resto, è il dibattito più strettamente didattico-pedagogico su come sia, debba e possa essere insegnato lo stesso latino e interessanti sono state le esperienze in tal senso di alcune SISS (per una sintesi vedi Balbo in Bibliografia).

Una missione culturale
I contenuti contano però per la funzione che la scuola ha di riprodurre la cultura da una generazione all’altra, legittimarne e diffonderne valori, concetti e linguaggi. Ci chiediamo pertanto se non sia una sorta di dovere verso l’umanità che proprio l’Italia mantenga vivo più di altri questo patrimonio senza ridurlo a ‘specialismo’; se ne faccia anzi una bandiera, come per i beni culturali materiali di cui siamo così ricchi, espressione in gran parte della stessa cultura che parlava latino, e non lo rovini o disperda dando retta a qualche talebano di una modernità posticcia.

*Professore straordinario di Letteratura Latina presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università del Piemonte Orientale.

Pubblicato il 27/1/2009

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