Todorov, letteratura come vita

Dal sito della Treccani, intervista a cura di Roberto Carnero* 

È stato uno dei padri fondatori dello strutturalismo (il metodo di indagine dei testi letterari basato sull’analisi delle loro strutture e delle loro forme), ma nel suo ultimo libro, La letteratura in pericolo, Tzvetan Todorov sembra prendere le distanze da una prassi critica che gli appare, appunto, “pericolosa”. Egli constata, infatti, come l’attenzione esclusiva agli aspetti esteriori delle opere rischi di allontanare i lettori dal contenuto umano e ideale dei grandi capolavori della letteratura, riducendone lo studio a un’arida disamina tecnicistica. Gli pare che ciò accada oggi soprattutto a scuola, dove in questo modo si finisce per formare intere schiere di non-lettori.

Nato a Sofia, in Bulgaria, nel 1939, ma trapiantato in Francia dall’inizio degli anni Sessanta, allievo del grande semiologo Roland Barthes, filosofo, teorico della letteratura, critico, storico della cultura, antropologo e analista politico, Todorov è uno degli intellettuali più versatili, la cui produzione tocca molteplici campi del sapere (tra i suoi titoli ricordiamo I formalisti russi, Einaudi 1968; La conquista d’America, Einaudi 1984; Lo spirito dell’illuminismo, Garzanti 2007). Per il suo ultimo libro, La letteratura in pericolo (trad. di Emanuele Lana, Milano, Garzanti, 2008, pp. 88, euro 11,00), gli è stato assegnato il riconoscimento speciale della giuria del Premio Mondello – Città di Palermo 2008.

Professor Todorov, dobbiamo leggere il suo nuovo libro come un’autocritica?
Non proprio, direi piuttosto come un ulteriore esame di un argomento che mi ha interessato per decenni, cioè quello del metodo di analisi delle opere letterarie, senza per questo voler essere una ritrattazione della mia carriera. L’analisi formalista e strutturalista può essere ancora difesa, a condizione che non venga assolutizzata e sia sottoposta a un obiettivo, cioè la rivelazione del senso dell’opera. Troppo spesso invece, soprattutto nell’insegnamento scolastico, si finisce con l’apprendere un vocabolario scientifico e astratto e non ci si preoccupa di avvicinarsi ai contenuti umani dei testi. Questa io la chiamo ‘perversione del metodo’, perché così il metodo si sostituisce al significato.

Che cosa dovrebbero fare invece gli insegnanti per avvicinare i giovani alla letteratura?
Dovremmo far comprendere ai ragazzi di cosa parla un testo e aiutarli a capire come la letteratura favorisca una migliore comprensione della vita. La letteratura dice cose importanti sulla nostra esistenza, sul nostro rapporto con il mondo, sul significato del nostro essere qui. Rispetto a questo valore centrale, la tecnica narrativa o poetica dovrebbe passare in secondo piano. Romanzi e poesie non sono un vuoto esercizio di metafore, similitudini, analessi e prolessi. Lo studio di queste cose è, per così dire, ‘di servizio’. I ragazzi si appassionano alla letteratura quando scoprono che i libri li riguardano da vicino, che li aiutano a capire meglio il loro destino.

Nel suo saggio lei punta il dito contro quelli che ritiene i maggiori difetti della letteratura di oggi: il formalismo, il nichilismo, il solipsismo. Vorrebbe esemplificarli indicando alcuni autori che li presentano nelle loro opere?
Guardi, non credo che sia mio compito stilare classifiche e graduatorie. Penso che sia meglio lasciare tale incarico alle giurie dei premi letterari, visto che sta a loro segnalare gli scrittori migliori e trascurare gli altri. Del resto il mio libro è rivolto più ai lettori che agli scrittori. Non è necessario che gli scrittori ascoltino i critici. Invece i lettori possono essere aiutati a capire come la letteratura abbia orizzonti più ampi di quelli di gran parte della produzione editoriale di oggi. Per scoprire così che esiste una letteratura la quale non pensa che l’opera sia un oggetto autonomo e autosufficiente rispetto alla vita (formalismo) o che la realtà non valga la pena di essere esplorata (nichilismo) o che l’unico soggetto degno di interesse sia l’autore stesso (solipsismo). C’è un mondo che sprofonda sempre di più nel dolore e nella disperazione, ma molti scrittori sembrano non accorgersene.

Oltre che agli argomenti letterari e culturali, lei è da sempre attento alle questioni atropologiche, politiche e civili. Uno dei temi a cui si è spesso dedicato è quello dei rapporti tra religione e politica. Come mai?
È un argomento di grande attualità in Francia, soprattutto da quando alcuni mesi fa il presidente Nicolas Sarkozy, in visita al Papa, affermò che la morale religiosa è superiore a quella laica. Una tesi che evidentemente io, insieme con molti mieni connazionali, non condivido. In Francia abbiamo una tradizione diversa, in cui la laicità è un valore imprescindibile.

Si tratta della difesa di quello “spirito dell’illuminismo” che dava il titolo al suo libro precedente?
Difendo soprattutto quell’idea di ‘pluralismo’ che è la maggiore ricchezza dell’Europa Unita. Nel corso della storia abbiamo assistito a diversi tentativi di unificare il vecchio continente: dall’Impero romano a quello cristiano, da Napolene a Hitler. Però erano tutti progetti basati sull’imposizione di una parte, o di un’ideologia, sulle altre. Oggi invece, finalmente, abbiamo costruito una ‘casa comune’ in cui tutti i membri hanno pari dignità. E la radice di questo approccio sta proprio nell’illuminismo. Per questo sarebbe importante che anche di queste cose si parlasse a scuola.

*Docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università degli Studi di Milano e Letterature comparate all’Università del Piemonte Orientale

Pubblicato il 21/10/2008

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