Dopo vent’anni di egemonia subculturale

Da “l’Espresso“, di Alessandro Gilioli.

Chissà se il mio amico L. – persona intelligente, democratico da sempre e ora di robuste simpatie renziane – sa a quale tradizione trasversale si adegua quando scrive su Facebook che «Zagrebelsky gli fa venire le bolle».

Perché è del tutto lecito, ci mancherebbe, criticare questo o quel protagonista del dibattito pubblico in Italia, se le sue idee ci paiono strampalate o sbilenche: io, per esempio, da tempo fatico a concordare con Cacciari.

Ma l’avversione del mio amico L. verso Zagrebelsky – espressa con la metafora delle bolle – mi pare somigliare molto a un topos assai diffuso (non solo in Italia, intendiamoci, ma da noi prevalente) che si chiama semplicemente anti intellettualismo.

Il quale nelle sue versioni più comuni si riassume così: «Che cazzo vogliono questi professoroni radical chic se ne stanno nei loro salotti pieni di libri a riempirsi la bocca di parole difficili, mentre io invece lavoro».
Chi non è più giovanissimo ha sentito questo mantra populista e generalizzante fin dai primi anni Novanta, quando è crollato uno dei pochi meccanismi positivi della Prima repubblica: l’interscambio virtuoso tra i grandi partiti (Dc, Psi e Pci) e i loro intellettuali di riferimento, i padri del pensiero che stavano alla base delle loro diverse ideologie.

È stato il periodo in cui in televisione hanno iniziato a impazzare i Funari – un anti intellettuale militante, direi – e tra i giornalisti nasceva la stella di Vittorio Feltri: uno che ho sentito con le mie orecchie dire che «ha fatto più danni l’Adelphi della Seconda guerra mondiale».

Testate come “Libero” e la versione attuale del “Giornale” sono tutte figlie di quell’impostazione lì.

Era anche il periodo in cui esplodeva il fenomeno della Lega, la cui totale avversione verso chi sapeva mettere tre parole in croce veniva rivendicata ogni giorno: e nella sua campagna elettorale milanese del 1993, ricordo che il Carroccio usava “sociologo” come un insulto nei confronti di Nando dalla Chiesa, il candidato avversario.

Poi, sappiamo cos’è successo: l’anti intellettualismo è diventato mainstream e addirittura potere, con il ventennio berlusconiano, i suoi cucù alla Merkel e le sue barzellette sulla mela che odora di figa. Perculare gli intellettuali, quali che fossero le loro tesi, è diventato a poco a poco una condizione indispensabile per il successo in politica.

Sicché l’anti intellettualismo acchiappa-consensi è tracimato molto oltre i suoi originari promotori  – i Funari, i Feltri, i leghisti, i berlusconiani etc – fino ad avvolgere la quasi totalità del linguaggio politico e probabilmente la maggioranza della generazione che ci è cresciuta dentro.

Il che ha avuto come ulteriore effetto la diffusione di un topos collaterale: modernità e giovanilismo versus vecchi barbogi che scrivono libri.

Se volete una prova di come anche a sinistra si sia diffusa questa autocompiaciuta avversione verso “gli intellettuali” generally speaking, andate in questi giorni sulla pagina Facebook della lista Tsipras: dove fioriscono i vaffanculo nei confronti di Barbara Spinelli e dei suoi sodali, colpevoli di aver dato vita alla lista medesima dopo una vita trascorsa a leggere e a scrivere libri, a cercare di migliorare il Paese attraverso i loro interventi critici sui giornali o altrove. La formula è quella di sempre: “professoroni”, accompagnata dall’inevitabile “radical chic”.

Nessuno che abbia letto una riga di “Il Crucifige e la democrazia”, “Il sonno della memoria”, “Tutti in taxi” o “Finale di partito”: libri bellissimi, fra l’altro; e, se non altro, per far far ginnastica al cervello.

Qui siamo, a vent’anni dai primi rutti di Umberto Bossi e dei primi titoli altrettanto gastrointestinali di Vittorio Feltri. Alle bolle del mio amico L., alle orgogliose scorregge di sinistra verso Barbara Spinelli.

L’idea che alcuni intellettuali, talvolta, possano contribuire a migliorare con le loro critiche o le loro proposte la coscienza comune del Paese, pare una perversione eccentrica e senile.

Insomma, ci sono riusciti, alla fine: vent’anni di egemonia subculturale del Bagaglino non passano senza lasciare tracce. Anche fuori, molto fuori, dal bacino di provenienza.

Personalmente, ho la fortuna di avere accanto mia moglie: che quando in giro mi danno del “radical chic” (a me!) scoppia in una risata spaccamuri perché sa bene non solo quanti libri mi mancano, ma anche quanto il mio approccio quotidiano alla vita sia piuttosto somigliante a quella di un bifolco choc.

Ma questo riguarda solo me, appunto, che non conto niente. È il resto che conta. A partire dalle bolle del mio amico L. e di tutti quelli come lui.

A proposito, sarei tentato oggi di spedirgli una famosa frase di Asimov, sul tema: «L’anti-intellettualismo è un tarlo nutrito dall’idea sbagliata che democrazia significhi che la nostra ignoranza valga quanto l’altrui conoscenza».

Ma non lo farò. Non vorrei che mi rispondesse con una pernacchia.

(11 marzo 2014)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: