Abbiamo bisogno di “archeologi medi”

Da “È prevista neve a Trebisonda“, di Alessandro Cocorullo.

Vorrei premettere a questa riflessione la mia formazione accademica.
Ho sempre avuto in mente di fare Archeologia, ma scelsi alla triennale Lettere Classiche, perché volevo innanzitutto avere una conoscenze approfondita della cultura latina e greca, che è impossibile senza le lingue antiche. Su queste basi, ho costruito la mia Specialistica in Archeologia. E rifarei la scelta.

Premessa la mia natura ibrida, dunque, ho riflettuto su una cosa: un archeologo in Italia che voglia ritenere completato il suo percorso formativo per sperare di trovare un lavoro deve studiare 10 anni almeno.
Cinque di università, due di specializzazione e tre di dottorato. Solo così il percorso è riconosciuto, soprattutto dall’università, come completo. E spesso un curriculum del genere è richiesto anche dalle Cooperative di scavo.

Mi ha fatto riflettere che un percorso di un archeologo duri quanto quello di un medico che, già generico, si specializza anche in una branca. E forse questa discrasia è il campanello d’allarme di un iter di studi ancora poco chiaro.

Sul sito della CIA gli archeologi votano un sondaggio che chiede loro chi si possa definire archeologo: per il 32% basta la laurea, per il 22% la laurea più l’esperienza. La metà degli utenti ritiene dunque la Scuola di Specializzazione come non fondamentale alla formazione.
La scuola nacque per sopperire alle mancanze di lettere in campo archeologico, allungando a sette gli anni di studio totali. Oggi, nonostante esista un percorso di studi ad hoc, essa continua ad esistere, sebbene il numero di partecipanti all’esame di ammissione sia puntualmente inferiore al numero di posti offerti (così almeno per l’Università Federico II di Napoli). Un dato che i professori della stessa sembrano ignorare.

Perché ripetere altri due anni di università? Il percorso di archeologia in Italia è ancora un po’ confuso. La disciplina è ritenuta ancora fortemente umanistica, e si tralasciano molti aspetti tecnici. I programmi universitari sembrano indecisi se formare un esperto di cultura antica, con conoscenze linguistiche, o un tecnico da scavo, e creano un essere a metà.

L’impressione è che l’università, dopo averti dato informazioni generiche, provi a recuperare con la Scuola di Specializzazione, e poi proponga il dottorato, sfornando un professionista, nella migliore delle ipotesi, a trent’anni. E se uno non volesse studiare tutti questi anni? Può la sola laurea essere sufficiente per mettere un professionista sul mercato del lavoro? Stando a concorsi e bandi, pare di no.

Vige ancora l’idea crociana dello studioso che deve raccogliere tutto il sapere in se. Un intellettuale capace di cambiare la storia della disciplina. Chi scrive non è certo contro chi voglia intraprendere questo percorso, ma è soprattutto a favore di chi si vuole mettere sullo scavo con le competenze necessarie per essere spendibile; per chi vuole dedicarsi ad un percorso “meno nobile” ma non per questo meno importante.
Una divisione delle carriere presente già nelle discipline scientifiche e che nell’archeologia inglese ha un valido esempio.

L’inesistenza della professione dell’archeologo, poi, alimenta la farraginosità del percorso, che diventa nebuloso e nel quale gli studenti spesso si perdono. Molti si buttano nella Scuola per mancanza di alternative, seppure senza entusiasmo.

Va da se che rallentamenti di diverso genere, il numero limitato di posti per un dottorato e le difficoltà dell’università trascinano gli studenti – potenziali professionisti già da alcuni anni – ad essere studenti ancora a 35 anni suonati, troppo vecchi per un altro lavoro e allora appesi disperatamente all’università alla quale hanno consacrato la vita, fatta di sacrifici e pochissime soddisfazioni – e dalla quale pretendono, e giustamente, un riconoscimento lavorativo. E di questo processo i professori non sono certo senza responsabilità.

Infine, una formazione continuamente autoreferenziale, protratta sempre dalle stesse persone, produce super esperti di marmi o di tombe, che però non hanno mai messo il naso fuori l’università, non sanno come funzioni un museo, né chi siano e cosa vogliano le persone che lo frequentano, che sono il fine ultimo della ricerca archeologica: rendere patrimonio di tutti le scoperte che vengono dalla terra.

In un momento di forte crisi per la cultura, in termini di investimenti, l’università forse deve fare la sua parte, scendere dal piedistallo e ascoltare le esigenze degli studenti. E’ necessario creare un percorso diversificato e chiaro, che permetta allo studente di incanalarsi fin da subito nell’archeologia da campo o nella storia dell’arte antica e, a sua volta, che gli permetta da un lato di specializzarsi velocemente in un settore (ceramica, metalli, statuaria, arte musiva, antropologia forense, tecnologia per l’archeologia…) così da poter subito essere impiegato sullo scavo, mentre dall’altro lo stimoli affinché aumenti il suo bagaglio di nozioni nel caso voglia continuare gli studi, diversificandole il più possibile, onde evitare di saper fare una cosa sola.

Insomma, abbiamo bisogno anche  di archeologi mediottimi professionisti che sappiano scavare e catalogare come nozioni di base, e che possano camminare sulle proprie gambe già dopo i cinque anni di università.
E’ il piccolo grande contributo che l’Università può dare in favore della ripresa del nostro settore.

(13 marzo 2014)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: