Recensione a Martha Nussbaum, “Non per profitto”

Claudio Giunta, dal suo blog personale.

Il libretto di Martha Nussbaum sulla crisi dell’istruzione umanistica (Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Il Mulino, € 14) inizia con due citazioni, una da Tagore e l’altra da Dewey, che lamentano la crisi dell’istruzione umanistica. Visto che Tagore scrive nel 1917 e Dewey nel 1915, leggendo il libro della Nussbaum non ci si riesce mai a sbarazzare del tutto di questo retropensiero: che sia in fondo sempre lo stesso piagnisteo, e che se un secolo fa gli umanisti dicevano più o meno le stesse cose che dicono oggi non ci sia veramente di che preoccuparsi.

In parte è così: è sempre lo stesso piagnisteo, anche piuttosto stucchevole. Ma in parte le cose sono effettivamente cambiate, e non è inutile prendere nota di questi cambiamenti, e rifletterci sopra. Ciò che è cambiato, tra gli anni di Tagore e i nostri, è soprattutto questo: che la scienza e la tecnologia hanno rivoluzionato il modo in cui viviamo; e che la vita, nelle società occidentali, è diventata così complessa da sollecitare sempre di più le competenze non di intellettuali capaci di interpretare il mondo (filosofi, storici) ma di tecnici capaci di farlo funzionare (economisti, giuristi, medici).

Conseguenza: una formazione umanistica ‘generica’ è oggi ancora meno spendibile di quanto non fosse ai tempi di Tagore e di Dewey. Le arti, scrive la Nussbaum, «sono essenziali per l’obiettivo della crescita economica e di una sana cultura aziendale […]. L’innovazione richiede intelligenze flessibili, aperte e creative; la letteratura e le arti stimolano queste competenze e quando esse mancano la cultura aziendale si indebolisce in fretta». Ammesso e non concesso che lo scopo di un’educazione umanistica sia quello di far fiorire la «cultura aziendale» (qualsiasi cosa sia), affermazioni del genere ricordano troppo quelle che si leggono nei siti dei dipartimenti di Humanities in America e in Europa, e che stanno lì per attirare gli studenti che vorrebbero tanto fare i manager ma non sanno la matematica. Un dipartimento di filosofia non deve produrre dei manager, deve produrre degli studiosi di filosofia; se viene fuori un manager, benissimo, ma impostare il discorso sullo slogan «Guardate che possiamo anche aiutarvi a fare soldi!» vuol dire truccare le carte.

Per cui si tratta di capire proprio questo: se una formazione umanistica abbia un senso in sé, al di fuori della (e magari contro la) «cultura aziendale». La Nussbaum sostiene che i buoni libri servono a formare dei buoni cittadini democratici. Questo è senz’altro vero, anche se la più raffinata cultura umanistica ha spesso prosperato nelle dittature: vale a dire che non è tanto questione di che cosa si studia, ma di come, e che anche i buoni libri possono dare pessimi frutti. Ma il problema è che la formazione dei cittadini compete e interessa agli Stati. In un’epoca nella quale, almeno in Occidente, gli Stati diventano sempre più deboli e più poveri, e popolati sempre più da anziani da assistere, non da giovani da educare, è difficile immaginare chi potrebbe accollarsi questo investimento a fondo perduto in ‘cultura disinteressata’.

La Nussbaum non dà risposte, o meglio, le sue risposte suonano come pii desideri, e certi suoi pii desideri suonano un po’ sinistri: «Ci sono tante opere d’arte che stimolano simpatie inopportune. I bambini a cui si chiede di allenare l’immaginazione leggendo letteratura razzista, o coltivando l’oggettivazione pornografica della donna, non crescono certo in maniera consona alla cittadinanza democratica […]. La componente immaginifica della formazione democratica richiede un’attenta capacità di selezione». Non so bene a chi pensi la Nussbaum parlando di «opere d’arte» razziste o pornografiche messe tra le mani dei bambini, ma qui il suo zelo democratico va oltre la political correctness (onnipresente, nel libretto: ed estenuante) e, diciamo, stinge nella censura.

Forse per smetterla col piagnisteo bisognerebbe ri-descrivere le cose in un modo completamente diverso. Negli ultimi due secoli i romanzieri, i poeti, gli artisti, i filosofi hanno ben lavorato. Non è solo la tecnologia ad aver cambiato il nostro modo di vivere: sono anche le loro idee, diventate col tempo sentimenti comuni, nozioni comuni. Grazie al fatto che nello stesso periodo fiumi di denaro hanno inondato l’Occidente, le loro opere sono state studiate, disinteressatamente, nelle nostre scuole e università, e hanno contribuito a formare quelli che chiamiamo ‘umanisti’. Anche loro hanno ben lavorato. Ora le cose sono un po’ cambiate. Quell’età dell’oro non tornerà. Ma forse a guardare meglio non era tutto oro. E non è detto che il futuro ci riservi soltanto fango. È probabile che il curriculum umanistico continuerà ad esistere, ma un po’ ai margini rispetto a quella che si chiama ‘formazione professionalizzante’. In realtà, era così anche in passato, è sempre stato così. Forse quello su cui bisogna scommettere è l’umanesimo diffuso, la trasmissione dell’arte e delle idee al di fuori delle aule scolastiche. Se uno si guarda bene attorno – e vede i film, ascolta le canzoni, legge i blog – qualche tenue segno di speranza lo trova.

(21 marzo 2011)

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