Le idee che aprono la mente

Di Dario Antiseri, da “Il Corriere della Sera“.

Il procedimento Congetture e confutazioni per mettere al posto giusto tutti i pezzi del mosaico. La traduzione di brani dalle lingue della civiltà antica è una concreta applicazione del metodo scientifico.

Problemi-teorie-critiche: «Credo che in queste tre parole si possa riassumere tutto quanto il modo di procedere della scienza razionale» (Karl Popper). Tutta la ricerca, in qualsiasi ambito essa venga praticata (dalla fisica all’ interpretazione di un «testo» o di una «traccia storica») consiste in tentativi di soluzione di problemi tramite la creazione di ipotesi da sottoporre ai più severi controlli. E se i controlli smentiscono, mostrano falsa (cioè falsificano) una teoria, si cercherà di proporne un’ altra migliore. Un metodo, questo, che non vale solo per la fisica e la biologia, ma anche per la filologia, la storiografia e, più ampiamente, per le scienze sociali. Basti pensare, a tal riguardo, alle riflessioni metodologiche di filologi del livello di Paul Maas, Hermann Fränkel e Giorgio Pasquali, o di storici come Gaetano Salvemini, Lucien Febvre e Marc Bloch; o alla teoria ermeneutica proposta in Verità e metodo da Hans-Georg Gadamer: ogni interpretazione di un «testo» è una congettura sul significato di questo testo, sul suo messaggio, su ciò che il testo dice – congettura che va messa al vaglio sul testo e sul contesto; e se qualche elemento del testo e/o del contesto «urta» contro l’ interpretazione proposta, si cercherà di produrne un’ altra da sottoporre anch’ essa al vaglio della critica. E così via, arrestandoci, di volta in volta, a quella congettura interpretativa che, pur priva dei carismi dell’ assolutezza, abbia resistito agli assalti della critica. Popper: «La ricerca non ha fine»; Gadamer: «Il compito ermeneutico è possibile ed infinito». Unico il metodo della ricerca scientifica; differenti, da disciplina a disciplina o anche a seconda dei problemi trattati, sono invece le metodiche, cioè le tecniche di prova. Il lavoro del ricercatore avanza sul sentiero delle congetture e delle confutazioni, procede per trial and error . E se l’ errore commesso, individuato ed eliminato «è il debole segnale rosso che ci permette di venir fuori dalla caverna della nostra ignoranza», ne va che «razionale non è un uomo che voglia avere ragione; razionale è piuttosto un uomo che vuole imparare: imparare dai propri errori e da quelli altrui». È esattamente in questo orizzonte che si comprende l’ urgente necessità di una didattica che – affinché non si continui a dare risposte a domande non poste – punti sui problemi più che sugli esercizi. Il problema va risolto, l’ esercizio va eseguito; il problema è una domanda per la quale chi se la pone non ha ancora quella risposta che deve venir cercata; l’ esercizio è, invece, una domanda per la quale si ha già tra le mani la risposta, in genere appresa a memoria, senza motivazione alcuna, sul testo di algebra o di fisica; il problema forma, l’ esercizio addestra; il problema scatena la ricerca, l’ esercizio presuppone risultati di ricerche già fatte. Ma qui sta proprio il guaio, perché quelli indicati come «problemi» nei testi, per esempio, di geometria, di algebra, di chimica o di trigonometria… non sono problemi, sono esercizi. Per cui si dà che non di rado nei nostri licei scientifici l’ unica vera attività di ricerca sia consistita, e forse talvolta consista ancora, nella versione di latino. In effetti, che quella interpretazione di un testo che è la traduzione sia l’ esito di una serie di congetture e confutazioni lo si può facilmente comprendere solo che si ponga attenzione a che cosa accadeva, allorché, negli anni del liceo, dovevamo fare una versione dal latino o dal greco. Ebbene, mentre il brano da tradurre ci veniva dettato, noi tentavamo di scorgere il senso di ciò che venivamo progressivamente scrivendo: questi tentativi mutavano magari via via che seguitavamo a scrivere. Una volta terminata la dettatura, talvolta si aveva già subito l’ idea del senso del brano (descrizione di una battaglia, una ambasceria, una favola con intenti morali, ecc.), e allora si cercava di far quadrare i pezzi del brano ancora non compresi (un avverbio, un aggettivo, un verbo, un’ intera espressione o più espressioni) con il tutto di senso da noi proposto. E poteva capitare che i pezzi si inserissero rapidamente senza difficoltà nel nostro tentativo di interpretazione. Ma poteva anche accadere che dei pezzi resistessero ai tentativi di incasellamento: erano questi i momenti terribili del compito in classe, quando si aveva la sensazione di stare sbagliando versione. E che il nostro primo abbozzo fosse non sempre quello giusto, lo si vedeva quando la resistenza di qualche pezzo non inquadrabile nel nostro abbozzo di interpretazione si rafforzava legandosi ad altri pezzi magari ambigui (rispetto al nostro abbozzo) e ci costringeva ad abbandonare la nostra interpretazione. E così ricominciavano i nostri tentativi di congetture sul senso del testo da tradurre, di interpretazione di ciò che il testo poteva dire e le nostre prove (sulla bontà dell’ interpretazione) attraverso l’ inquadramento di tutti i pezzi del testo nella nostra congettura. Talvolta era lo stesso titolo della versione a dare una chiara indicazione sul senso del testo. Ma il disagio era grande quando il professore ci dettava un testo senza titolo: il gioco ad indovinare che cosa dicesse il brano si faceva così più rischioso. Talvolta, poi, se il brano era fuori della nostra «precomprensione» o «memoria culturale», se riguardava cioè eventi, fatti o istituzioni da noi non conosciuti o non studiati, allora si correva il pericolo di consegnare il foglio in bianco. Dunque: più versioni di greco e di latino – ma anche più temi argomentativi, più riassunti, più ricerche di storiografia locale – quale strumento, certamente non unico, ma sicuramente praticabile ed efficace, per la formazione di menti aperte, vale a dire di menti né scettiche né dogmatiche. E tutto questo nella consapevolezza che il prezzo della libertà è l’ eterna vigilanza – su quello che pensiamo noi e su quello che dicono gli altri. Menti aperte: primo ed irrinunciabile presidio di una società aperta.

(24 febbraio 2012)

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