Filelleni come i Panda

Di Cinza Dal Maso, da “Filelleni“.

Lo saremo presto. O forse siamo già come i Panda. Parlo di noi che amiamo la Grecia di ieri e di oggi, che ci sentiamo in forma non retorica suoi figli, ne percepiamo lontananze e affinità. Noi che amiamo anzitutto la sua lingua perché sappiamo che le lingue svelano i mondi, i diversi modi di osservare e plasmare la realtà. Ma saremo sempre meno a conoscere e amare la lingua greca. Da troppi anni, a ogni inizio di anno scolastico, torna il tormentone sul pesante calo di iscrizioni al liceo Classico. E ora pare che la fase terminale sia giunta: un recente articolo dell’Espresso mostra numeri allarmanti e una panoramica dei licei di casa nostra costretti miseramente a chiudere, anche quelli più noti nelle maggiori città.

“Sa, io faccio il Classico!”, mi disse giorni fa con orgoglio un ragazzo di Port’Ercole, mentre mi spiegava l’etimologia del nome di mio marito che è greco. È abituato a spiegare perché, a differenza di noi “anziani”, sa di vivere in un mondo che non possiede certe conoscenze, sa di essere una mosca bianca. Noi non ci sogneremmo mai di spiegare al alcuno l’etimologia di una parola. Eppure, è parte non secondaria del vero senso dello studio del greco. Un amico, anche lui con la sua bella laurea in “Lettere classiche” in tasca, ama dire che chi conosce il greco e il latino usa un vocabolario più ricco e coltiva il gusto della ricerca della “parola giusta” più e meglio di altri. E’ in effetti un’arte che si pratica sempre meno, abituati come siamo a usare il primo vocabolo che ci viene in mente, di solito il più onnicomprensivo: i sinonimicon le loro sfumature di significato, non li consideriamo quasi più. Lo diceva ancheStefano Bartezzaghi su Repubblica del 18 agosto scorso, nel presentare il nuovo dizionario Devoto-Oli dei sinonimi e dei contrari: invitava a cercarli e a godere di quei sinonimi dicendo che è “come fare quattro passi nel proprio quartiere e accorgersi di dettagli mai considerati prima”. Metafora azzeccata: le parole non sono entità a sé ma frutto dell’osservazione attenta della realtà. Non a caso gli inuit, come ricorda Peter Hoeg ne Il senso di Smilla per la neve, hanno un’infinità di parole per descrivere tipi diversi di neve, mentre una tribù dell’Amazzonia ha “Sedici modi di dire verde”, come recita una poesia brasiliana ripresa da Niccolò Fabi nella sua canzone. Tutti questi sinonimi, però, che rivelano cos’è veramente importante in ogni società, non si creano dall’oggi al domani ma col tempo. Le nostre parole, il nostro mondo, noi lo costruiamo sin dal tempo degli antichi greci. Ecco perché è imprescindibile conservare la conoscenza del greco e del latino: per conservare la nostra ricchezza lessicale e cognitiva, e non diventare poveri. Ignorando le nostre parole e la loro storia, saremo come l’inuit che usasse solo “neve” o l’abitante dell’Amazzonia che vedesse e nominasse un solo “verde”. Avremo perduto noi stessi.

(03/09/13)

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