Non per profitto: in difesa dell’umanesimo

Di Maurizio Tiriticco, “educationduepuntozero.it“.

“I cittadini non possono relazionarsi bene alla complessità del mondo che li circonda soltanto grazie alla logica e al sapere fattuale. La terza competenza del cittadino, strettamente correlata alle prime due, è ciò che chiamiamo immaginazione narrativa! Vale a dire la capacità di pensarsi nei panni di un’altra persona, di essere un lettore intelligente della sua storia, di comprenderne le emozioni, le aspettative e i desideri. La ricerca di tale empatia è parte essenziale delle migliori concezioni di educazione alla democrazia, sia nei paesi occidentali sia in quelli orientali. Buona parte di essa deve avvenire all’interno della famiglia, ma anche la scuola e addirittura il college e l’università svolgono una funzione importante. Per assolvere a questo compito, le scuole devono assegnare un posto di rilievo nel programma di studio alle materie umanistiche, letterarie e artistiche, coltivando una partecipazione di tipo partecipativo che attivi e perfezioni la capacità di vedere il mondo attraverso gli occhi di un’altra persona” (pag. 111).

La citazione è lunga, ma un qualsiasi commento al pensiero della Nussbaum sarebbe o impreciso o ridondante. Chi ha già letto il suo testo ormai classico “Coltivare l’umanità, i classici, il multiculturalismo, l’educazione contemporanea”, del 2006, già sa quanto la Nussbaum si impegni perché la cultura umanistica non costituisca nelle scuole dei Paesi ad alto sviluppo – senza trascurare gli altri – una cenerentola, costretta a cedere il posto alle discipline scientifiche e tecnologiche. Se lo sviluppo economico, almeno nelle sue linee di tendenza, appare una sorta di hardcore a cui tutti i sistemi di istruzione devono piegarsi, non va dimenticato che, se scisso da un progetto educativo più ampio, rischierebbe di alienare l’essere umano dalle sue vocazioni più alte per assoggettarlo alle leggi pure e semplici dell’economia e della tecnologia con grave danno per quanto riguarda il governo stesso dei processi economici e dei successi scientifici. In altri termini, l’essere umano non va considerato come una variabile dipendente all’interno di un sistema complesso che rischierebbe di travolgerlo, ma come una variabile indipendente in grado di guidare il sistema e riassoggettarlo a fini che siano umani e non solamente economici. In effetti, un’economia scissa dall’etica e dalla politica, platonicamente intese, rischierebbe di abbattersi sui suoi stessi attori, qualora questi ne fossero dominati: un circuito irreversibile, di cui, per altro, alcune inquietanti tracce già esistono.

Martha Nussbaum in tutte le sue opere denuncia questo pericolo e in quest’ultima si affida ad autori, da Tagore a Gandhi, da Pestalozzi a Dewey, da Stuart Mill ad Amartya Sen, per non dire degli ampi richiami ai classici, Socrate e Platone, che degli studi umanistici hanno fatto sempre il centro delle loro ricerche. La sottovalutazione di tali studi nelle scuole di tutti i Paesi avanzati è estremamente pericolosa, perché si corre il rischio non tanto di perdere la memoria di fonti preziose, ma addirittura di non rintracciare più l’Uomo che è in noi, che invece va ricercato ogni giorno, riscoperto, valorizzato: smarrendo così quel Senso di appartenenza che tutti ci dovrebbe legare. Come affrontare le sfide che giorno dopo giorno ci vengono imposte, le difficoltà della globalizzazione, le sempre più massicce immigrazioni, se i sistemi di istruzione non riescono a porre al centro delle loro attività la costruzione di un Soggetto che una modernità sempre più “liquida” – per dirla con Bauman – rischia di vanificare e di disperdere?

Occorre restituire all’essere umano la sua umanità, che non può essere soltanto un frenetico usa e getta degli oggetti materiali, ma in primo luogo ricerca e affermazione di Sé in quanto Umano, appunto. Nel 1917 Rabindranath Tagore nella sua scuola di Santiniketan affermava: “Facendo uso delle cose materiali che possiede, l’uomo deve stare in guardia e proteggersi dalla loro tirannia. Se, crescendo, resta debole e non impara a difendersi, allora inizia un processo di lento suicidio dovuto al disseccarsi dell’anima” (pag. 21). E Tagore è citato più volte dalla Nussbaum perché rappresentante di quella cultura umanistica non libresca, ma tutta cose, azioni, emozioni, interazioni: la danza, la poesia, la parola su cui si dispiega la ricerca di sé quando è anche e soprattutto la ricerca dell’altro.

Tullio De Mauro nella sua articolata e convinta introduzione sottolinea come “un sistema scolastico nel mondo di oggi non può badare soltanto a far crescere il prodotto interno lordo, posto che ci riesca. Non può concentrarsi solo su quelle materie che paiono in più diretto rapporto con la crescita economica. Un sistema scolastico oggi più di ieri deve educare persone capaci di vivere la vita di società democratiche. Se decide di farlo, non deve trascurare ciò che evocarono quattro secoli fa le parole famose della “Meditation 17” di John Donne: ‘Nessun umano è un’isola, intero in se stesso, ognuno è un pezzo di continente, una parte del tutto…’ (pag. 10)”. Mi sovviene quanto ci rammenta Edgar Morin nel suo “Les sept savoirs nécessaires à l’éducation du futur” (Unesco, Parigi, 2000) quando nel secondo e quinto sapere ci ammonisce quanto sia necessario non solo “insegnare a cogliere le relazioni che corrono tra le parti e il tutto in un mondo complesso”, ma anche e soprattutto, “insegnare a navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze”. Ed è proprio l’attenzione alla complessità, alla glocalizzazione, al forse troppo rapido superamento di quelle barriere spazio/temporali che per millenni ci hanno tenuti divisi, il fondamento primo di qualunque attività di insegnare e apprendere: una cultura umanistica come rinnovato studio dell’Uomo nel suo divenire in funzione di una educazione a una nuova Cittadinanza democratica; una cultura in cui trova la sua stessa ragion d’essere l’impetuoso sviluppo della scienza e delle tecnologie.

Lungo questa linea di recupero dell’Umanità in qualsiasi società si viva e in qualsiasi scuola si apprenda, un filo rosso sembra, a mio vedere, legare tre donne, anche se di mondi e culture diversi, forse perché in quanto donne, sorelle, madri, hanno più spiccato il senso dell’Umanità.Agnes Heller, allieva di Lukàsc, attiva nella Scuola di Budapest, pubblicava agli inizi degli anni Sessanta “L’uomo del Rinascimento”, in cui sottolinea la necessità e il primato di una cultura forte, la quale soltanto è in grado di difenderci dall’ottusità di scelte effettuate solo per obbedire al Principe di turno! E il gruppo dirigente ungherese degli anni Sessanta non perdonò mai alla Heller questo appassionato richiamo all’intelligenza, alla cultura, alla libertà, lanciato proprio in un Paese in cui l’imposizione di un’élite assolutamente conservatrice appiattiva le intelligenze e distruggeva quello stesso sviluppo socioeconomico che anni prima aveva promosso.

Hanna Arendt con la sua “Banalità del male” – ancora agli inizi degli anni Sessanta – sembrava riconoscere in Eichmann non tanto un feroce assassino, quanto un essere assolutamente privo di qualsiasi briciolo di Umanità: un uomo che non sa neanche di essere tale, a cui forse nessuno ha insegnato che cosa sia l’umanesimo. E Martha Nussbaum, che in “Nella fragilità del bene” – siamo negli anni Ottanta – dimostra quanto sia precaria la natura degli uomini, sempre esposti a sollecitazioni a cui non sono capaci di rispondere con la dignità che sarebbe loro propria. Il fatto è che il bene non si insegna, ma si pratica, e praticarlo significa riandare fin da piccoli, e costantemente, a quelle fonti dell’essere che, prima di quelle del sapere, permettono di costruire l’uomo nell’uomo.

Sono fonti importanti e implacabili che costituiscono il leitmotiv di una severa critica agli ordinamenti scolastici di tutti i Paesi a… cosiddetto alto sviluppo, nei quali la corsa alla produzione materiale, resa sempre più veloce in forza delle costanti innovazioni tecnologiche, rischia di schiacciare la possibilità e il diritto che ciascun nuovo nato deve avere di crescere come Uomo. Un richiamo che non significa certo che latino e greco debbano essere studiati fin dalla prima elementare, ma che comporta che un asse culturale nuovo costituisca il centro di ogni insegnamento/apprendimento: che solleciti la parola, il pensiero, l’azione, il “gioco”, intesi come scambio continuo di rapporti creativi in cui ciascuno possa misurarsi e nel contempo crescere! E non si tratterebbe neanche di una rivoluzione copernicana! L’immaginazione al potere? Ma è qui che si apre il discorso!

 

E allora, come tradurre in reali e mirate Indicazioni nazionali per le istituzioni scolastiche autonome le sollecitazioni della Nussbaum? Una sfida non da poco per chi ha il dovere di governare il nostro sistema di istruzione!

(15 marzo 2011)

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