Studiando, studiando

di Luca Cavalli Sforza, da Repubblica.

Il futuro di una nazione dipende dalla qualità delle sue scuole. Non se ne parla molto nei giornali, ma oggi è in corso una battaglia silenziosa a proposito della scuola italiana del futuro, in cui uno dei probabili perdenti sarà il latino.

Io ho fatto gli studi secondari al liceo classico perché quello scientifico, che allora era da poco iniziato, non dava ancora molto affidamento. Vi imperava il latino: per otto anni ho dovuto dedicargli anch’ io molte ore della settimana. Non l’ ho mai amato; mi sono state imposte opere letterarie noiose, di scarsa importanza artistica o storica, invece di altre molto più stimolanti. La sintassi è veramente difficile, e non sempre ben spiegata. Perciò durante quasi tutta la vita ho considerato un handicap di essere stato costretto a studiare tanto latino invece che matematica e fisica, materie su cui ho dovuto faticare più tardi quando mi sono accorto di quanto fossero importanti.

Ventitré anni fa mi sono trasferito in Usa, ed ero all’ inizio entusiasta delle scuole secondarie americane. Mi piaceva il fatto che vi si insegnassero materie come economia, psicologia, sociologia, che nel nostro liceo non esistevano. Ma nel seguito ho dovuto rimangiarmi pian piano tutto l’ entusiasmo. In realtà, con l’eccezione della storia degli Stati Uniti, quasi tutto il resto viene insegnato in modo estremamente superficiale; e ho dovuto concludere che nelle scuole secondarie americane si impara veramente troppo poco.

Vi sono aspetti positivi, ma sono altri. I ragazzi americani vengono incoraggiati a discutere, e non a restare passivi ad ascoltare, o fingere di ascoltare il professore come avviene da noi, senza esprimere le proprie idee e le proprie critiche. Molto tempo viene dedicato allo sport e ad attività all’aria aperta, specie di gruppo, che promuovono la cooperazione ed anche la competizione. In alcune scuole di élite esistono corsi speciali, “avanzati”, in cui si possono imparare bene scienze dure, e questi corsi hanno una validità sufficiente da permettere di evitare di seguire, più tardi, corsi equivalenti all’università. I corsi veramente obbligatori sono assai pochi. In alcune scuole più ricche vi sono molte possibilità di scelta di corsi facoltativi, di solito di natura pratica (di calcolatori, meccanica di motori, elettronica, cucito, cucina e così via).

Intellettualmente però la scuola secondaria americana è assai poco stimolante. Nei confronti internazionali gli studenti americani risultano tra i più arretrati specie in matematica, la materia principe per la tecnologia del futuro. Il loro quoziente intellettuale è di undici punti più basso dei giapponesi, le cui scuole primarie e secondarie sono le più impegnative del mondo, e sono rese ancor più dure dalla pressione della famiglia sugli studenti, pressione che invece è quasi assente in America. Risultato medio La scuola secondaria americana tende a dare un minimo assoluto di educazione che possa essere acquisito da chiunque, ed il risultato medio è così poco brillante che il primo, e talora anche il secondo anno di quasi qualunque università americana sono dedicati a por rimedio all’ ignoranza degli studenti. Il successo è solo parziale, a le conoscenze specializzate acquisite all’università americana sono, in compenso, decisamente superiori a quelle ottenute nelle nostre.

Copiare in Europa e in Italia la scuola secondaria americana è quindi un assurdo. Sottrarre lo studio in profondità anche se di una sola materia come il latino, per impartire invece in modo superficiale qualche nozione di psicologia, sociologia ed economica, come viene ora proposto è una decisione priva di senso. Si può e si deve apprendere che cosa sono gli assegni, i conti correnti in banca, le società per azioni e così via, ma prima, nella scuola media dell’ obbligo. Nella scuola secondaria la scienza non deve essere di qualità deteriore; non bisogna correre il rischio di insegnare una psicologia ed una sociologia di livello paragonabile a quello dei settimanali illustrati. Molto meglio estendere lo studio della scienza dura, la fisica, accompagnata dalla necessaria quantità di matematica. Oggi si può insegnare anche la biologia come materia ricca di idee intelligenti invece che come in passato, quando era una lista di nomi di piante ed animali, di muscoli e di ossa. La scienza va insegnata come metodo per arrivare alla conoscenza, una lunga e difficile ma spesso emozionante strada alla soluzione di problemi, con una chiara visione dei dubbi e delle incertezze che restano e sempre resteranno. Naturalmente questo richiede professori in media più preparati, libri migliori di quelli esistenti, e la possibilità di fare con le proprie mani degli esperimenti semplici ma interessanti. Il calcolatore offre modi di insegnamento completamente nuovi, orizzonti straordinari.

Una sociologia trita, spesso ridotta alla scienza dell’ ovvio, alla conferma di quello che già tutti sanno, o una psicologia che può risultare di estrema ingenuità per ragazzi smaliziati sono controproducenti. Non è in queste materie che si trovano facilmente occasioni ed esempi per fare della scienza moderna e interessante, se non in certi (rari) esperimenti od osservazioni di psicologia sociale o di etologia che non sono abbastanza numerosi da costituire, da soli, una “materia” da mettere in programma. Meglio insistere soprattutto su discipline veramente ricche di applicazioni di quei modelli teorici che sono alla base dei nostri ragionamenti scientifici. L’unico vantaggio che vedo in un insegnamento a livello secondario della sociologia o della psicologia, è che possono dare esempi di applicazioni di calcolo della probabilità e di pensiero statistico, di cui vi sarebbe molto bisogno. Ma occorrerebbe un insegnamento raffinato. Un’ arte difficile.

Torno al latino. Mi sono reso conto, con qualche ritardo, che la mia reazione di antipatia era sbagliata, dovuta in parte all’ amarezza per il mancato insegnamento a un buon livello della matematica e della fisica. Ho avuto nel corso della mia vita anche qualche occasione di fare professionalmente uso delle conoscenze di lingua latina, ma soprattutto ho capito che se ho imparato veramente a ragionare e risolvere problemi difficili nel corso del ginnasio e liceo è stato grazie all’ esperienza di traduzione dal latino. La traduzione in genere è ancora un’arte molto difficile. Con tutta la ricerca sull’ intelligenza artificiale che si fa nel mondo dell’ informatica, il problema della traduzione in calcolatore è ancora lungi dall’ essere risolto soddisfacentemente. Posso dire che, fra tutte le mie esperienze scolastiche, la traduzione dal latino è stata l’ attività più vicina alla ricerca scientifica, cioè alla comprensione di ciò che è sconosciuto. Proprio questo è l’importante: esercitarsi nel procedimento logico-induttivo che è necessario in qualunque ricerca, quel che gli inglesi chiamano l’inferenza scientifica. Il processo di base è lo stesso in tutto il sapere.

Resta poi da fare, per noi italiani, un’ altra considerazione. Anche se il fascismo ci ha reso allergici alla retorica dell’Impero Romano, è sempre vero che una parte importante della cultura europea è di origine latina, e noi italiani ne siamo i discendenti più diretti. La storia politica dell’ Italia post-romana non ci ha dato motivi di orgoglio nazionale, o una identità di cui essere fieri come è successo a quasi tutte le altre nazioni europee. Ma la cultura latina è stata di importanza fondamentale per una frazione notevole dell’ Europa, e per quella parte della storia culturale italiana di cui possiamo essere più orgogliosi, il Rinascimento, che ne è una filiazione diretta. Vi è abbastanza “noblesse” nella cultura latina che essa ci “oblige” a non dimenticarla. E’ bene quindi continuare lo studio della sua lingua in profondità non solo per il suo apporto intellettuale, ma anche per quello di natura emotiva. Sostituirlo con materie di nessun impegno è come togliere lo scheletro a un organismo che deve reggersi in piedi e camminare.

Sono convinto che nel mondo del duemila diventeranno sempre più importanti gli orientali, non perché si riproducono molto – per fortuna stanno smettendo – ma perché sono forti lavoratori e hanno un elevato livello intellettuale, come mostrano i test di intelligenza, per quanto grossolani ed imperfetti essi siano. E non credo ciò sia dovuto a una superiorità genetica degli orientali, ma semplicemente al fatto che a differenza della maggioranza degli occidentali studiano moltissimo a scuola.

Vi è poi un altro motivo che io ritengo determinante, e che è simile a quello che ho discusso per il latino: la difficilissima scrittura cinese li impegna a dedicare molto tempo e fatica per imparare migliaia di caratteri. Alcuni popoli orientali l’hanno sostituita con alfabeti di tipo occidentale. Ma i più forti e importanti, i cinesi e i giapponesi hanno preferito persistere nel grosso investimento intellettuale necessario per imparare la scrittura tradizionale. Così possono anche continuare a tener viva una cultura ricchissima di cui sono profondamente e giustamente orgogliosi.

(27 novembre 1993)

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One thought on “Studiando, studiando

  1. robloffredo ha detto:

    L’ha ribloggato su Paideia oggie ha commentato:
    Segnalo questo interessante articolo che condivido.

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