Greco e latino, il valore aggiunto dell’Italia

di Cinzia Bearzot, da Avvenire.

Abbiamo avuto modo, in questi mesi, di riflettere sull’attualità dell’antico e di domandarci se davvero il mondo dei Greci e dei Romani sia così lontano da noi e così privo di interesse per chi vive nell’oggi, come spesso si sente ripetere. Da un punto di vista politico, storico e ideologico, mi auguro, al momento di congedarci, di aver dimostrato che non è così: l’esperienza degli antichi, per quanto la si possa sentire vicina, non può ovviamente fornirci soluzioni immediate per il presente, ma può certamente offrire importanti elementi alla nostra riflessione. Nell’analogia dei problemi umani anche in situazioni storiche diverse, lucidamente messa in evidenza da Tucidide, sta in gran parte l’attualità dell’antico. Se poi proviamo a prescindere dalle ragioni di attualità che pure non è difficile riconoscere nell’esperienza degli antichi, dobbiamo comunque ammettere che essa, sul piano storico, letterario, artistico, ha enormemente influenzato la storia della cultura mondiale. Letteratura e arti figurative hanno attinto incessantemente al patrimonio classico: la perdita di contatto con l’antico conduce di conseguenza a una grave frattura culturale, che rischia di rendere incomprensibili i capolavori della letteratura e dell’arte prodotti nel corso della storia della cultura moderna (del resto, anche forme di espressione artistica e di comunicazione tipicamente moderne come il cinema e la pubblicità si sono ispirate all’antico con eccellenti risultati).
Ci si può domandare se la conoscenza delle lingue classiche sia davvero necessaria per mantenere il contatto con l’antico. A mio parere, la risposta è sì. Senza l’accesso diretto ai testi e la possibilità, almeno, di verificare una traduzione, non è possibile conoscere profondamente, e in modo critico, una civiltà. Non dobbiamo credere, del resto, che studiare il greco e il latino sia inutile. Siamo ormai quasi gli unici ad assicurare una formazione classica nella scuola superiore e i nostri giovani laureati hanno competenze linguistiche di greco e di latino tali da renderli molto competitivi all’estero. Ma anche qualora si riducesse lo studio delle lingue a percorsi specialistici, l’insegnamento della cultura classica dovrebbe, io credo, trovare comunque spazio nei programmi scolastici, per consentire a tutti di accedere a un patrimonio culturale che diventerebbe altrimenti incomprensibile ai più.
Approfitto di queste riflessioni sulla necessità di tutelare importanti contenuti culturali per una nota conclusiva che non riguarda tanto il mondo classico, quanto la cultura biblica e storico-religiosa. Stanno crescendo giovani generazioni che non frequentano la chiesa e non seguono l’insegnamento di religione a scuola: giovani, quindi, che non hanno alcuna opportunità di conoscere l’Antico e il Nuovo Testamento e il loro contributo culturale. Anche chi frequenta il catechismo e l’ora di religione non sempre riceve una formazione adeguata sul piano della cultura biblica. La secolarizzazione ha tagliato i tradizionali canali di formazione in campo biblico e storico-religioso senza proporre alternative. Forse molti, presi da malriposti entusiasmi laicisti, non sono consapevoli del fatto che anche in questo caso la conseguenza è una grave frattura culturale. La caduta delle conoscenze in ambito biblico vieterà la comprensione dell’arte sacra, figurativa e letteraria: da Giotto a Dante, da Leonardo agliInni sacri manzoniani. Non è solo il rapporto con l’antichità pagana a essere a rischio, ma anche quello con la tradizione giudaico-cristiana. È bene che tutti ci riflettano, laici compresi.

(26/07/2012)

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