Salvate il liceo classico: è l’unica scuola veramente moderna

Di Mariangela Galatea Vaglio, da Il Nuovo Mondo di Galatea.

Ieri sono stata tutto il giorno ad un corso di formazione per insegnanti. Di solito li odio, i corsi di formazione per insegnanti, perché in tanti anni che me ne propinano, ne avrò trovato giusto uno o due che fossero decenti, e tutti gli altri erano una marea di fuffa inutilizzabile, quando non devastante come un tzunami. Questo, invece, va detto, era molto interessante e anche ben organizzato, e avrebbe dovuto illustrarci le potenzialità del cooperative learning, cioè una tecnica che può essere usata per insegnare a scuola ai ragazzi, ma anche sfruttata  in un ufficio o in una azienda a creare dei gruppi di lavoro efficienti.

Già dal nome, così inglese, si capiva che il cooperative learning è una cosa molto moderna e cool, come direbbero i renziani e tutti i nuovisti in servizio permanente e stabile, mica una di quelle robe vecchissime da scuola arcaica, mediovale, tipo quegli assurdi licei dove ancora insegnano greco e latino, per dirne una, va’, e contro cui i profeti dell’oggi tuonano, perché non insegnano più nulla di utile di spendibile sul mercato.

Non fosse che il docente (simpatico e giovane e molto smart) quando ha rotto il ghiaccio con il primo esercizio per aiutarci a capire come ci si possa immedesimare nel punto di vista dell’altro e comprendere come, per raggiungere un risultato, si debba spesso mediare fra punti di vista e convinzioni diverse, ci ha detto che saremmo stati divisi a coppie: dato un argomento su cui dibattere (nel nostro caso se fosse meglio per l’alunno lo studio individuale o di gruppo), la prima coppia avrebbe dovuto  perorare l’idea che lo studio individuale sia migliore, la seconda quella che il meglio sia invece lo studio di gruppo. Quindi, una volta esaurita la prima “manche”, ci saremmo scambiati i ruoli: chi aveva sostenuto la bontà dello studio di gruppo avrebbe dovuto invece difendere lo studio individuale, e viceversa.

Io per un momento sono rimasta lì, imparpagliata a guardare il foglio, non perché avessi problemi a trovare motivazioni per sostenere la tesi del dibattito, ma perché a me sembrava strano, ma strano forte, che un esercizio del genere fosse proposto come una straordinaria e modernissima trovata. Il primo a fare di un esercizio simile la base del suo insegnamento, infatti, non è proprio, a quanto ricordo, qualcuno di molto moderno né di recentissimo, perché bisogna risalire all’epoca dei sofisti di V secolo a.C., cioè di Gorgia da Leontini. Era lui che, dandosi gran manate sulla coscia nell’agorà di Atene, sfidava il suo pubblico a dargli un argomento, per quanto bislacco e indifendibile, e lo stupiva poi rivoltando in una seconda manche tutte le tesi d’appoggio che aveva scrupolosamente difeso pochi attimi prima. L’esercizio retorico della controversia, in cui prima devi sostenere in un’orazione A con argomenti stringenti e poi devi sostenere poco dopo il suo contrario, smontando e rimontando ogni volta i processi logici e le strutture solide che ti pare di essere riuscito a costruire, è stato alla base di tutte le scuole di retorica antiche, medievali ed umanistiche cioè di quella bella tradizione di studi il cui ultimo frutto è il nostro liceo classico. Sì, quello inutile dove tutti vi pregano di non mandare i figli.

Finita l’esercitazione della controversia, il nostro docente ha chiarito che la base del successo, a scuola ma in un qualsiasi gruppo di lavoro, è quello della divisione precisa dei compiti e soprattutto della chiarezza degli obiettivi da raggiungere, perché, ha detto, “come diceva Seneca, nessun vento è buono per il marinaio che non sa dove andare”.

Cioè, prima Gorgia e dopo Seneca: i fondamenti di questa tecnica modernissima, in pratica, stanno nella impostazione retorica di un ateniese del V secolo a.C.  e di un romano del I d.C. Per tacere di tutti gli spunti che il docente non ha esplicitato, ma che ad orecchio, per me che vengo dal mondo classico, erano riecheggiamenti di intuizioni didattiche di Quintiliano e Cicerone, per non parlare di Agostino e altri, anche se le citazioni sulle slide erano attribuite a didatti moderni, quasi sempre inglesi o americani, che dai classici dovevano aver scopiazzato a man bassa (anche se in questi casi non si dice scopiazzato: si dice che si erano ispirati, ecco).

A questo punto, alla fine del corso di formazione, a me è venuto un dubbio più che fondato. Se invece di costringere gli insegnanti o manager che non hanno fatto il classico a fare costosissimi corsi di formazione “dopo”, mandassimo invece i ragazzini a frequentare il povero e tanto bistrattato liceo classico, dove si leggono Gorgia, Seneca, Agostino, Quintiliano, Cicerone, Tucidide, Tacito e un sacco di altri autori che, evidentemente, di cose utili anche per il nostro mondo moderno ne hanno pensate parecchie?

Per carità, è una idea peregrina, eh. Sennò possiamo continuare con l’andazzo già impostato: lo facciamo morire, il liceo classico, perché è vecchio, inutile, pieno di materie noiose e senza senso. Poi facciamo frequentare a tutti, spendendo una montagna di quattrini, i corsi di formazione ed aggiornamento, citando a man bassa testi di Americani ed Inglesi, che ci ripropongono le loro geniali ed innnovative intuizioni scopiazz… pardon, ispirate dai grandi classici del pensiero.

Com’era quella famosa battuta? Ce lo meritiamo, Alberto Sordi, ecco.

(4 settembre 2014)

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2 thoughts on “Salvate il liceo classico: è l’unica scuola veramente moderna

  1. Julian ha detto:

    Quanto sarebbero utili i corsi di orientamento , no , non per i ragazzi ma per i genitori che avrebbero più’ motivazioni per “aiutare ” i loro figli a ” orientarsi ” meglio… Articolo illuminante !

  2. Fabio Brotto ha detto:

    Nella mia trentennale carriera di insegnante ho partecipato ad un solo (1) corso di aggiornamento. Mi è bastato per capire che tutta la macchina dell’ aggiornamento dei docenti è una costruzione il cui unico fine è economico, mascherato dall’ideologia del cambiamento come buono per sé. Come le consulenze ecc. ecc. Da abbattere senza pietà. Dopo decenni di aggiornamento, cambiamento, riforme, ecc., i risultati in termini di qualità della scuola sono sotto gli occhi di tutti. Ma è impossibile un ripensamento, perché per ripensare occorre prima pensare. E quelli che sanno pensare non abitano i luoghi del potere.

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