Se la Silicon Valley chiede aiuto agli umanisti

Di Paolo Mastrolilli, da “La Stampa“, 

I tecnici servono alle industrie digitali per sviluppare i prodotti, ma filosofi e letterati sono fondamentali per capire le nicchie di mercato da conquistare.

«I laureati in inglese sono esattamente il tipo di persone che cerco di assumere». Chi ha pronunciato questa frase? William Shakespeare, mentre faceva i provini per il suo Globe Theatre? Barack Obama, promettendo in campagna elettorale di aumentare gli insegnanti nelle scuole pubbliche? Nessuno dei due. E’ stato Santosh Jayaram, guru della Silicon Valley e veterano di imprese come Google, Twitter e Dabble, parlando alla classe di scrittura di Michael Malone, editorialista del Wall Street Journal. Il quotidiano finanziario di Manhattan ne ha subito approfittato, per dichiarare finita la guerra tra le “due culture”, cioé quella scientifica e quella umanistica. La rivoluzione digitale, infatti, sta mutando i bisogni delle aziende.

Durante l’ultimo mezzo secolo – ha scritto Malone – ci siamo abituati a vedere l’istruzione come una lotta tra le discipline scientifiche, in grande ascesa perché fondamentali nello sviluppo dell’economia industriale, e quelle umanistiche, in rapido declino perché non servono a giocare in borsa, curare il cancro, risolvere le dispute legali di una compagnia, o andare su Marte. Era una percezione sbagliata già allora, perché su Marte ci vai solo se crei il desiderio di superare questa frontiera, ma adesso sta finendo anche nella pratica. Steve Jobs lo aveva capito prima degli altri, sostenendo che il segreto della Apple stava nel suo DNA, composto dal matrimonio tra la tecnologia e le arti. I suoi epigoni adesso lo seguono, e se possibile lo sorpassano. Jayaram, infatti, ha spiegato che i tecnici e i programmatori gli servono ancora, per progettare e costruire i prodotti, così come i manager e gli avvocati, per far funzionare l’azienda. Senza i laureati in inglese, però, non si partirebbe neppure. I dipendenti con una cultura umanistica, infatti, hanno il compito fondamentale di capire quali sono le nicchie del mercato non sfruttate, quali sono i sogni e i bisogni della gente, e quali idee potrebbero soddisfarli. Da qui nascono i nuovi prodotti. Una volta che sono stati realizzati, poi, è fondamentale presentarli al pubblico e creare la necessità di averli. Venderli, in altre parole. E come ci si riesce? Nella maniera più tradizionale che conoscono gli esseri umani: raccontare storie. Come fece Gesù a costruire la religione più seguita nel mondo occidentale? Almeno una storia al giorno, che apriva gli occhi alla visione di un’esistenza diversa. Senza avventurarsi così in alto, come fanno le grandi aziende a vendere i loro prodotti? Inventano slogan che li rappresentino al pubblico, rendendoli facilmente identificabili con la soddisfazione di un desiderio o di un bisogno. Per fare questo, però, oggi serve più di un pubblicitario: serve un umanista, capace di costruire la narrazione che sta dietro allo slogan. Fine della guerra tra le “due culture”, dunque, e porte aperte ad una collaborazione che le unisca.

(25/10/12)

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