All’Europa serve il latino

Di Alessandro Barbero, da “Tuttolibri“. 

Il 29 luglio 1654, Blaise Pascal stava scrivendo una lettera al matematico Pierre Fermat, per discutere con lui certi aspetti del calcolo delle probabilità. Scriveva in francese, com’era normale in una corrispondenza fra amici, ma a un certo punto si accorse di non poter spiegare esattamente la teoria che aveva in testa. “Ve lo dirò in latino – si arrese perché su queste cose il francese non vale nulla”. L’imbarazzo di Pascal è una testimonianza eloquente della centralità che il latino occupava ancora a quell’epoca nella cultura europea, anche se l’avanzata inarrestabile delle lingue volgari stava già visibilmente scalzando la sua supremazia millenaria.

Una rappresentazione grafica di questa evoluzione è offerta dalla statistica delle opere a stampa: in Italia, il 50% di tutte le opere stampate nel Cinquecento era in latino, ma solo il 30% nel Seicento. L’editoria tedesca era più conservatrice, e i libri presentati alla Fiera di Francoforte erano ancora in maggioranza latini fin verso il 1680, ma erano scesi al 14% nel 1770. Il progressivo tracollo del latino come lingua di cultura, via via che le lingue nazionali si attrezzavano per sostituirlo, è in sé uno dei fenomeni più significativi nella storia d’Europa, ed ebbe luogo, come dimostra Françoise Waquet, in tempi molto più vicini a noi di quel che crediamo di solito.

In altri ambiti, come quello religioso, il dominio del latino è stato ancora più duraturo. In tutto il mondo la liturgia cattolica si celebrava in latino, senza fare eccezione nemmeno per la Cina, anche se i missionari gesuiti protestavano che i cinesi non potevano neppure pronunciare i suoni della lingua “Ego te baptiso” diventava in bocca ai seminaisti del Celeste Impero “Nghe ngho te bapetiso”). Ancora nel 1949, mentre in Cina si verificavano ben altri avvenimenti, il Sant’Uffizio ribadì l’obbligo di imparare il latino per tutti i preti cinesi. E del resto, oggi siamo così abituati alla liturgia in volgare introdotta dal Concilio Vaticano II da dimenticare che quell’assemblea, contrariamente a quanto credono molti seguaci di Monsignor Lefebvre, non impose affatto l’abolizione del latino, ma si limitò a permettere l’uso del volgare, in un testo il cui primo articolo recitava paradossa1mente: “L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti”. Fu una pressione irresistibile dal basso a sfruttare questa breccia per determinare in pochissimi anni, il collasso della liturgia tradizionale.

La storia del latino, dunque, è anche quella d’una disfatta, di un declino prima lento e poi subitaneo. Françoise Waquet non lascia dubbi sul fatto che la responsabilità di questo tracollo è della scuola; o, per essere più precisi, del genere di insegnamento del latino, come lingua morta e imbalsamata da imparare sui classici, introdotto con tante buone intenzioni dagli umanisti del Rinascimento. Prima di allora non era stato così: nel Medioevo gli intellettuali parlavano e scrivevano in latino con naturalezza, perché in quella lingua avevano imparato fin da bambini non solo a leggere, ma a pensare. Alle loro spalle c’era l’immenso patrimonio delle Sacre Scritture, che essi conoscevano a memoria e che consideravano un insegnamento vivo e attuale. Anche per gli intellettuali laici, sempre più numerosi a partire dal Due e Trecento, il latino era una lingua viva; che fossero giuristi, medici o fisici, quella era la lingua che avevano parlato quotidianamente in Università internazionali dove gli studenti provenivano da ogni angolo d’Europa, e che avevano approfondito non su manuali ed eserciziari scolastici, ma sulla trattatistica scientifica più moderna ed eccitante.

Non appena il latino viene fossilizzato nei modelli classici, invece, la partita è perduta; tanto più che nel frattempo le lingue concorrenti stanno diventando capaci di esprimere anch’esse tutte le sottigliezze del pensiero. A partire dal Seicento gli insegnanti di latino sgranano un rosario di lagnanze del tutto identiche a quelle che ascoltiamo oggi: il tempo dedicato alla materia è in gran parte tempo perso; gli studenti sono molto più somari di quelli di una volta; la grande maggioranza, dopo dieci anni di studio, non è in grado di leggere una riga senza il vocabolario. “Di settanta-ottanta allievi, ce ne sono forse due o tre da cui si cava qualcosa. Il resto si annoia o si cruccia senza alcun risultato”, diagnostica scoraggiato un pedagogista seicentesco. Gli studenti, da parte loro, non capiscono perché dedicare tanta fatica a una lingua che non appare più di alcuna utilità pratica; sicché l’obbligo del latino finisce per apparire anche ai migliori una specie di tortura surreale “Chissà se i latini sono esistiti? Forse si tratta di una lingua inventata” rifletteva il giovane Rimbaud, primo della classe al collège di Charleville, verso il 1870).

Di fronte a un bilancio così desolante, c’è semmai da restare stupiti che la forza della tradizione e il conservatorismo delle istituzioni abbiano ritardato così a lungo un collasso comunque inevitabile. Ora che il tracollo del latino scolastico si è consumato ovunque con le riforme novecentesche, c’è però il rischio che insieme ad esso s’interrompa il collegamento non solo con la remota Antichità, ma con tutto il nostro passato fino a tempi recenti; e in questo senso vale la pena di citare integralmente la conclusione di Waquet. Espulso dall’insegnamento di massa, il latino deve restare centrale nella formazione di un ampio settore di specialisti, cui servirà non tanto a leggere i classici, ormai tradotti e ritradotti, “quanto ad accedere a quelle fonti della nostra cultura che sono i Padri dlella chiesa e il Corpus Juris, nonché a una massa colossale di documenti, manoscritti e a stampa che testimoniano, in epoca medievale ma anche moderna, del pensiero e della vita dei nostri predecessori e antenati”. È questa oggi la sfida da raccogliere, “se vogliamo che parole come memoria ed Europa abbiano, nell’ordine culturale realmente un senso”.

(25/09/2004)

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