Se traduci l’Antigone vincerai in Borsa

Di Raffaello Masci, da La Stampa.

Dalla politica agli affari, è ancora il liceo classico a garantire i migliori sbocchi: un seminario a Napoli.

Volete avere successo negli affari, in politica, nelle professioni? Più in generale volete sottrarvi al ruolo di mero esecutore di una competenza tecnica, sempre e solo quella? Questi obiettivi non solo richiedono una solida e profonda cultura umanistica, ma addirittura una conoscenza specifica del latino e del greco, con tanto di lunghe, reiterate e magari anche noiose versioni.

La tesi è stata illustrata ieri da Giampiero Bergami – manager di Unicredit Corporate Banking – presso la sede dell’Istituto italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, dove si è tenuto un seminario dedicato al liceo classico «nuovo», quello cioè uscito dalla riforma Moratti. L’iniziativa è della Fondazione per la scuola della Compagnia di San Paolo, che a tutti e sei i licei «riformati» sta dedicando altrettanti convegni di approfondimento.

Oggi il classico, se non ha perso il suo blasone, ha smarrito la capacità attrattiva: «A frequentarlo è il 7% della popolazione studentesca, con punte del 10% al Sud – spiega il pedagogista Giorgio Chiosso, dominus di questa iniziativa – e rischia di essere esposto a un duplice rischio: la nostalgia e la marginalizzazione. Un indirizzo di studi, cioè, che sa di antico ma anche di stantio, oppure che è destinato a essere “residuale”, per non dire sopravvissuto. E tutto questo è profondamente sbagliato». Da qui il «classico-pride» che si è voluto celebrare ieri a Napoli.

A questo proposito Bergami ha intrattenuto – e fatto sobbalzare sulla sedia – un uditorio di docenti e dirigenti scolastici, spiegando «Perché tradurre dal latino e dal greco coltiva il pensiero strategico». L’idea di fondo è che «il mondo degli affari e della politica sono guidati da scelte di lungo termine e la capacità strategica di una impresa si basa indissolubilmente sulla sua capacità di analisi».
Schematicamente, Bergami ha illustrato come tradurre dalle lingue classiche significhi esercitarsi con la complessità e imparare a confrontarsi con essa. Esempi? «La concordanza dell’aggettivo: l’aggettivo concorda in genere, numero, caso con il nome cui si riferisce. Si presentano spesso casi di concordanza in cui l’aggettivo e il nome seguono declinazione diverse (pinus procera). La consecutio temporum: i verbi sono usati con valore relativo, indicano, rispetto al verbo reggente, un rapporto di contemporaneità, anteriorità o posteriorità». Eccetera eccetera.

«La banalità degli esempi – ha detto Bergami – non induca a sottovalutare l’impatto degli stessi sulla forma mentis di chi si cimenta per cinque anni nelle traduzioni. Tradurre dal latino e dal greco significa assumere abitudini mentali di approccio al problem solving, all’individuazione di rapporti di causa-effetto, alla separazione di ambiti omogenei. Facoltà che fanno la differenza tra chi ha studiato le lingue antiche e chi no». Anche quando i problemi da risolvere sono di alta finanza: «Stamattina – ha raccontato – prima di venire qui abbiamo dovuto affrontare una questione finanziaria molto complessa. Alla luce delle mere regole, delle tecnicalità del caso, la soluzione non c’era. Eppure andava trovata. Dove? Nelle regole non scritte… Per dirla tutta: nell’Antigone».

Al convegno di Napoli è stato molto citato il saggio della filosofa americana Martha Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, appena pubblicato dal Mulino: «Sedotti dall’imperativo della crescita economica – dice la studiosa – e dalle logiche contabili a breve termine, molti paesi infliggono pesanti tagli agli studi umanistici e artistici a favore di abilità tecniche e conoscenze pratico-scientifiche. E così, mentre il mondo si fa più grande e complesso, gli strumenti per capirlo si fanno più poveri e rudimentali e mentre l’innovazione chiede intelligenze flessibili, aperte e creative, l’istruzione si ripiega su poche nozioni stereotipate».

(04/03/2011)

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